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Cinema. Clint Eastwood denuncia i media americani in «Richard Jewell»

Alessandra De Luca giovedì 2 gennaio 2020

Una scena di “Richard Jewell”, l’ultimo film diretto da Clint Eastwood

Il senso di Clint Eastwood per la Storia americana si è sviluppato negli ultimi tredici anni attraverso la riflessione su vicende sia lontane nel tempo che vicine ai nostri giorni, offrendo al pubblico uno sguardo molto personale su episodi divenuti leggendari e fatti meno noti, ma altrettanto significativi; su personaggi ormai entrati nel mito e gente comune, il cui coraggio, spesso malevolmente frainteso, è stato fonte di ingiuste persecuzioni mediatiche e giudiziarie. Alla soglia dei 90 anni (li compirà il prossimo 31 maggio), il grande vecchio Clint, in questi giorni fotografato sulle piste da sci con l’amico Arnold Schwarzenegger, sforna un altro piccolo gioiello dal titolo Richard Jewell, che la Warner distribuirà nelle sale italiane il prossimo 16 gennaio.

Il personaggio del titolo, di cui il regista californiano racconta la storia vera, è una guardia di sicurezza, aspirante poliziotto, spesso penalizzata proprio dalla scrupolosità dimostrata in alcune occasioni. La sera del 27 luglio 1996, durante le Olimpiadi di Atlanta, Jewell (interpretato da Paul Walter Hauser) individua sotto una panchina uno zaino sospetto e, nonostante lo scetticismo delle forze dell’ordine che sottovalutano la minaccia (siamo ancora ben lontani dalle psicosi post 11 settembre), riesce a ottenere l’intervento degli artificieri e il permesso di evacuare la zona evitando così una strage. La bomba infatti scoppiò, ma uccise solo due persone. Nel giro di poche ore Richard divenne l’eroe nazionale, l’idolo delle folle, l’uomo più corteggiato da giornali, tv ed editori con grande soddisfazione di mamma Bobi (Kathy Bates) che in quel ragazzo così determinato aveva sempre creduto. Ma Jewell è un tipo strano, dicono alcuni: troppo fissato con il proprio lavoro, potrebbe aver piazzato lui la bomba per conquistare quei riflettori che da tempo desiderava. Un’altra manciata di ore dunque e il salvatore della patria diventa il sospettato numero uno, un terrorista sotto mentite spoglie. Lo ipotizza l’Fbi, ma è una giornalista del The Atlanta Journal-Constitution, Kathy Scruggs (Olivia Wilde), a sbattere il mostro in prima pagina dando il via a una vera e propria persecuzione mediatica. Ad arrivare in soccorso di Jewell è un avvocato di provincia, Watson Bryant (Sam Rockwell), che tra mille difficoltà riuscirà a dimostrarne l’innocenza. Richard morì a 44 per le conseguenze del diabete e il vero attentatore, Eric Robert Rudolph, che teorizzava la supremazia della razza bianca, fu catturato solo sei anni dopo. Il rischio, come sottolinea l’avvocato difensore, è che chi in futuro si troverà di fronte a una bomba con la possibilità di fermare una carneficina volterà le spalle e penserà a salvare solo se stesso, dall’esplosione e dalla possibilità di vedere la propria vita rovinata per sempre. Lasciandosi ispirare dall’articolo The Ballad of Richard Jewell della giornalista Marie Brenner pubblicato su Vanity Fair, Eastwood, già accusato di stereotipi sessisti per aver immaginato che la Scruggs, morta nel 2001, avesse ottenuto informazioni riservate dall’Fbi grazie a prestazioni sessuali, ricostruisce i mesi infernali vissuti da Jewell non solo per ricordare l’odissea di un uomo ingiustamente accusato, ma per sottolineare le colpe di un Paese abilissimo nel costruire eroi, veri o falsi che siano, e altrettanto capace di distruggerli.

Un Paese fondato sulla violenza e sulla menzogna, dove la giustizia è ammini-strata in tv o sulle pagine di un giornale affamato di scoop. Eastwood aveva già denunciato le storture della politica e della stampa in film come i complementari Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima, sulla celebre battaglia tra statunitensi e giapponesi, vista dai due opposti schieramenti, J. Edgar, sul famigerato direttore dell’Fbi J. Edgar Hoover, American Sniper, storia vera del cecchino Chris Kyle in missione in Iraq, Sully, sul pilota civile che salvò nel 2009 la vita di 155 passeggeri, ma fu paradossalmente accusato di averla messa in pericolo, Ore 15:17 - Attacco al treno, sui fatti del 21 agosto 2015, quando tre ragazzi di Sacramento sventarono l’azione terroristica di un miliziano dell’Isis. Film politici dunque, come politico era anche il bellissimo Gran Torino che fotografava quell’America brutale e ignorante nutrita dall’odio per gli immigrati, ma salvata proprio dalla “diversità”. E chi l’avrebbe mai detto che quell’attore reso celebre dagli spaghetti western di Sergio Leone negli anni Sessanta grazie alla “trilogia del dollaro”, accusato di avere solo due espressioni, con e senza il cappello, sarebbe diventato uno dei più sensibili e iconici registi americani di sempre? Una seconda svolta arrivò negli anni Settanta, quando Eastwood, diretto da Don Siegel, il suo nuovo mentore, cominciò a indossare i panni dell’Ispettore Callaghan in una saga bollata come reazionaria e fascista da una parte della critica.

Se gli anni Ottanta, quelli in cui Clint è stato sindaco di Carmel, in California, furono i più fiacchi della sua carriera che già lo vedeva dietro la macchina da presa – dal 1971, data del suo debutto con Brivido nella notte, aveva diretto undici film –, la terza svolta ha inizio nel 1988 con il fortunatissimo Bird, biografia del sassofonista jazz Charlie Parker, che gli valse un Golden Globe come miglior regista. Nel felicissimo decennio successivo arrivarono titoli come Gli spietati (4 Oscar), Un mondo perfetto, I ponti di Madison County, Potere assoluto, Fino a prova contraria, che trasformarono Eastwood in un regista di culto anche tra chi non gli perdona di essere un repubblicano, seppure assai critico verso molti dei politici del suo partito. Negli anni Duemila e nel decennio successivo assistiamo a un nuovo trionfo per Clint, sul quale piovono premi grazie a Debito di sangue, Mystic River (due Oscar), Million Dollar Baby (quattro Oscar) e, oltre a quelli già citati, Changeling, Invictus - L’invincibile, Hereafter, Jersey Boys, Il corriere - The Mule, che lo ha visto ancora una volta protagonista. Cosa avranno in serbo gli anni Venti per l’uomo dagli occhi di ghiaccio?