Agorà

Teatro. Claudel, il senso del perdono

Alessandro Zaccuri lunedì 10 agosto 2015
Ksenija Martinovic, l’attrice che interpreta Violaine, è bionda ma non ha gli occhi azzurri. E questo, per chi conosce L’Annuncio a Maria di Paul Claudel, non è un dettaglio da poco. Ecco allora che, all’inizio dello spettacolo diretto da Paolo Bignamini, la protagonista fa scorrere sugli occhi una piccola luce celeste. Come per ribadire la sua identità, come per proclamare la bellezza dei suoi diciott’anni, in una volontà ostinata di essere felice. «Il punto – osserva il regista – è che non è mai possibile decidere completamente di se stessi, c’è sempre qualcosa che sfugge alle nostre scelte. L’annuncio a Maria, per me, ruota tutto attorno a questa consapevolezza».Composto nel 1911, il dramma mancava dalle scene italiane da un ventina d’anni e torna ora in un nuovo allestimento che rappresenta uno degli appuntamenti più attesi del Meeting 2015 (lo spettacolo, prodotto da ScenAperta e deSidera in collaborazione con il Teatro degli Incamminati, è in programma per lunedì 24 agosto alle ore 21,45 presso l’Arena Frecciarossa 1000 di Rimini Fiera). Si tratta di un testo caro all’esperienza di Comunione e Liberazione, molto amato e spesso citato da don Luigi Giussani, oltre che perfettamente intonato al tema del Meeting di quest’anno. «Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?», interroga il verso di Mario Luzi scelto come motto. La domanda, in fondo, è la stessa che attraversa questa vicenda ambientata in un Medioevo stilizzato eppure convincente.Nell’adattamento appositamente realizzato da Fabrizio Sinisi i personaggi si riducono a sei, tre uomini e tre donne in simmetria perfetta: il possidente Anne Vercors e sua moglie Elisabeth, le loro due figlie, ossia Violaine la bionda e Mara la bruna, e i due uomini che amano Violaine, il fidanzato Jacques Hury e il mastro costruttore Pierre de Craon. Ognuno desidera qualcosa, a ciascuno qualcosa fa difetto, tutti vanno incontro a un destino diverso da quello che avevano immaginato. Lo dice con chiarezza già Pierre in una delle prime scene, del resto: non è la pietra a scegliere dove stare.«Su Claudel – osserva Sinisi – pesa ancora il pregiudizio che lo dipinge come un autore estetizzante, attardato sulle posizioni di un generico spiritualismo. Traducendo L’annuncio a Maria, al contrario, ho avuto modo di verificare la profondità e la radicalità della sua drammaturgia. Questo è un apologo sul corpo, è la testimonianza di un cristianesimo che non rinuncia mai a misurarsi con la concretezza dell’esistenza umana. Il miracolo, che pure riveste un ruolo decisivo, non coincide con la soluzione della vicenda. Non esaurisce il conflitto, ma lo infiamma, portando allo scoperto il cuore dei personaggi e rendendo possibile il vero prodigio, che è l’esperienza del perdono».Nel segno del perdono, in effetti, il dramma si apre. Pierre, invaghito di Violaine, ha cercato di violentarla, ma la ragazza è disposta a dimenticare. Anzi, pur sapendo che l’uomo ha contratto la lebbra, si congeda da lui con bacio. Il contagio che ne deriva sconvolge gli equilibri della tenuta di Montevergine: il padre è già partito in pellegrinaggio per Gerusalemme, Violaine entra nel lazzaretto, Mara sposa Jacques, ma la bimba nata dalle nozze muore prematuramente alla vigilia di Natale. La sorella lebbrosa, ormai cieca e ischeletrita, sarà capace di compiere il prodigio? E Mara, dopo aver ripreso la figlia tra le braccia, riuscirà a placare l’odio per Violaine?«Ogni battuta, ogni frase del dramma è l’indizio delle relazioni che legano i personaggi tra loro», sottolinea Sinisi. Una circostanza che la regia di Bignamini amplifica, per esempio, nello sforzo con cui Elisabeth, la madre (impersonata dal soprano Paola Romanò), articola le parole, salvo poi liberarsi nella purezza del canto. Non meno significativo, in questo senso, lo spazio concesso alla struggente ambiguità di Mara, la bravissima Federica D’Angelo. Ma anche il cast maschile è eccellente, come dimostrano le prove di Alessandro Conte nel ruolo di Pierre, di Antonio Rosti in quello di Anne e di Matteo Bonanni in quello di Jacques. Il fulcro del dramma resta, in ogni caso, la mobilissima Violaine di Ksenija Martinovic, creatura eterea e carnale insieme. «In un primo momento vuole essere se stessa a tutti i costi, presentando un’immagine di perfezione – spiega Bignamini –. Ma un tentativo del genere non può che fallire. Soltanto quando la lebbra la consuma, mettendola sotto scacco, Violaine diventa davvero Violaine». È il paradosso della fede? Il regista ci pensa un istante prima di rispondere: «Non sono credente – dice – ma la mia impressione è che Claudel metta l’accento su un dato che riguarda tutti, senza distinzioni. L’Annuncio a Maria è il dramma della libertà e dei suoi limiti, di quello che ci illudiamo di scegliere e di quello che invece, a dispetto delle nostre scelte, ci troviamo a vivere. Non è una storia di ieri, ma una storia di oggi, la storia di sempre. Anne Vercors si lamenta perché il suo mondo è in subbuglio. Anche il nostro lo è, e ciascuno di noi è come una pietra che attende di trovare il suo posto».