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Ciclismo. Classe "E", il Giro d'Italia delle bici elettriche

Marco Pedrazzini domenica 10 novembre 2019

Da quando è arrivata, la strada non è più la stessa. La bici elettrica è riuscita a dare una scossa che dagli anni ’90, con il boom della mountain bike, non si vedeva più sul mercato delle due ruote. 40 milioni di esemplari venduti nel mondo, 2 milioni in Europa con una crescita media del 25% negli ultimi dodici mesi, che raddoppia in Paesi come Germania e Olanda ma che contagia anche l’Italia, dove se ne producono 2milioni e 400mila e gli ultimi dati di vendita parlano di 150mila all’anno , con un amento del più 20% rispetto al 2018. Da città o da fuori strada, tutti possono trovare il modello ideale. C’è chi la utilizza per puro divertimento, chi per provare salite altrimenti proibite a fiato e gambe, chi come mezzo ecologico sul percorso casa-lavoro-scuola, chi per percorrere lunghe distanze in compagnia.

Mountain e city sono i settori precursori dei motorini nelle bici ma adesso anche quelle da corsa sono state fulminate sulla via del fenomeno. E pensare che i primi “motorini” furono bannati come doping tecnologico nel mondo dei professionisti e addirittura dei ciclisti amatoriali. Nascosti nei telai vennero scoperti grazie alle telecamere termiche, camuffate da attrezzature di ripresa della tv France Télévisions, che registrarono variazioni di temperatura su alcune biciclette a causa del calore generato. Chiusa - si spera per sempre - l’epoca delle truffe, le e-bike da corsa sono sbocciate alla luce del sole conquistandosi uno spazio tutto loro. Per prima è stata la Carrera a rendere ufficiale “l’assistenza” con un modello in cui l’aiuto era inserito nella borraccia, poi è toccato a Pinarello e agli altri costruttori come Bianchi, De Rosa, Specialized, Wilier Triestina e Colnago (con prezzi di alta fascia: da 4.950 a 12.500 euro).

Un’ufficialità che, in parallelo all’ultimo Giro d’Italia, ha permesso il via del primo “Giro E” (cinque produttori di motori, sei marchi di bici, dieci squadre, 18 tappe, 533 ciclisti amatori coinvolti, 1.829 km percorsi, 24 mila metri di dislivello) che verrà ripetuto con numeri superiori nel 2020 (a marzo, a Bergamo anche la sesta edizione del BikeUp). Se i duri e puri della fatica storcono un po’ il naso davanti a queste bici, campioni del pedale di ieri e di oggi sono a favore. «La bicicletta a pedalata assistita è una fantastica innovazione perché permette a persone che sono meno allenate di arrivare su montagne che altrimenti sarebbero per loro impossibili – dice Fabiana Luperini, l’ex ciclista che in carriera ha vinto 5 Giri e 3 Tour –. Inoltre consente a ciclisti con un livello di preparazione diverso di pedalare assieme. L’orizzonte si allarga, le pedalate si allungano. Il ciclismo è uno sport che fa bene a te e all’aria che respiri». Il cuore delle e-bike è celato nel telaio o nel mozzo posteriore: un motorino (di potenza massima di 250 watt, che però si stacca alla velocità di 25 km/h), alimentato da una batteria che moltiplica la potenza espressa dal ciclista. Perché queste bici richiedono che il ciclista pedali, sempre e comunque. Più ci si impegna più l’ausilio tecnologico rende.

Se l’ex bicampione del mondo su strada Gianni Bugno era scettico davanti al peso delle prime e-bike, ora ne è un sostenitore. «Sono da provare – afferma –. È un’esperienza nuova, un modo per avvicinare alla bici persone che non ci andrebbero». Marco Aurelio Fontana, bronzo nel cross country all’Olimpiade di Londra 2012, partecipa al campionato E-Enduro: «Le bici elettriche hanno design ricercato e tecnologia di altissimo livello. Con le ebike posso scegliere io quanta fatica fare, e può essere tanta. Non è andare in moto ma pedalare e sudare con un piglio più divertente. Tu pedali e la bicicletta ti assiste, non il contrario. Nelle e- Enduro le gare sono impegnative. Si corre su circuiti di 30-35 km con partenze individuali. Le cross country sono invece nel formato olimpico, si parte tutti assieme, si corre per un’ora e vince chi arriva primo». «A me piace e la uso ogni tanto in salita per fare meno fatica», ammette Eddy Merckx . Con tutta quella che ha fatto sulla bici tradizionale per vincere, il Cannibale è più che perdonato.