Agorà

Idee. Circolarità, la vera forza del pensiero

Raul Gabriel giovedì 5 gennaio 2023

La sfera riflettente installata presso il Planetario di Bristol

Le categorie con cui sezioniamo lo sterminato dominio fenomenologico che immaginiamo a nostra disposizione, altro modo per dire “tutto”, sono sempre funzionali alla gestione del sapere, a definire punti di riferimento senza cui probabilmente ci sentiremmo persi nella infinita estensione diversificata della realtà. In questo edificio cognitivo tutto è circolare, magari ellittico, comunque una curva chiusa. Luogo comune, si dirà, solo in parte è vero. In genere chi evoca la circolarità lo fa riferendosi ad un frullato pseudo-esotico di culture assimilate quel tanto per sconfiggere la noia, tipico divertissment del borghese occidentale che non ha la minima comprensione di cosa significhi. “Tutto è circolare” per molti rappresenta la semplificazione assolutiva di un girotondo per bambini trasferito nel mondo degli adulti. La circolarità, invece, è il metodo complesso con cui la realtà si autogarantisce un dinamismo sorprendente e affascinante in particolare quando interessa il metodo del ragionamento a senso unico attraverso cui si arriva a una conclusione, fine corsa. Senza puntelli pretestuosi i meccanismi del pensiero possono sempre essere reversibili, ogni risultanza logica attiva immediatamente il proprio opposto. Il processo potenzialmente è senza fine, inscritto in una curva chiusa dal destino ciclico. Un esempio ovvio. Se dico che un’opera è figurativa e un’altra astratta stabilisco categorie precise che servono ad intendersi ma l’abitudine porta ad assumerle come verità e non come convenzione strumentale. Viene individuato un ordine cui si finisce per credere, tutto chiaro, tutto risolto. Non è vero in assoluto: delle stesse opere posso dire che quella astratta è figurativa tanto quanto la figurativa è astratta, in gradazioni variabili e pressoché infinite. Si possono produrre mille argomenti in un senso e nell’altro. Un ritratto è come una linea, apparenza bidimensionale che si serve di rifrazioni, cromatismi, effetti di luce, geometrie di materiali, espedienti tecnici di ogni tipo per somigliare a qualcosa di cui è una “astrazione”. Una linea che cosa è se non il ritratto di un concetto che rende esperibile attraverso l’espediente materiale che la rende forma? Tutte le considerazioni che posso fare su un ritratto le posso fare su un triangolo, o un quadrato o anche un punto evidenziando quanto tutta la questione sia il pernicioso espediente di un approccio ideologico da sposare a priori. La strada del ragionamento è bidirezionale, individua è un binario che si può percorrere indifferentemente in entrambi sensi, ci si può fermare anche nel mezzo o in qualsiasi parte si desideri e lì costruire un edificio ribaltato. La cosa non va intesa come indifferente, a seconda della direzione o di dove decidiamo la fermata le risultanze sono molto diverse e così tutte le implicazioni a cascata. Con un termine di moda si potrebbe dire che il nostro quadro cognitivo non è inclusivo, ha un verso, il suo più grande difetto, mentre dovrebbe prevedere solo dinamiche prive di sensi unici. Non è relativismo, si tratta di spostare i paletti della conoscenza che non è il cruciverba di cui cercare le soluzioni per riempire la casellina e completare il gioco. Il cruciverba cognitivo non ha un perimetro preciso, le sue caselle sono aperte, si adattano al contesto e, soprattutto, non si completa mai. Se definisco un oggetto differente da un pensiero non faccio altro che azionare il rimbalzo inevitabile che mostra la loro sostanziale omogeneità. Se dico che Dio non esiste non faccio altro che postulare una divinità, quella dell’assenza, assoluta come un dio dal segno opposto. L’immagine riflessa di ogni meccanismo logico dipende dallo specchio che si usa, incurante della simmetria. Il riverbero “reverse” di una riflessione non ha limiti, i suoi angoli di rifrangenza sono imprevedibili e a sua volta come succede con gli specchi deformanti al luna park può presentare imperfezioni o implementazioni che sono vincolanti per il risultato. Il quadro cognitivo che assumiamo per buono ha sempre uno, mille possibili rimbalzi opposti o traversali che produce in automatico, ed è anch’esso convenzione. Dove voglio andare a parare? Da nessuna parte, non farei altro che definire la mia contraddizione. Più che altro è un avviso ai naviganti: ogni affermazione è il principio di un processo senza fine, per questo dovrebbe sempre essere accompagnata da una dose di autocritica per non scadere nel ridicolo, anche se, bisogna ammetterlo, la contingenza tende quasi sempre a premiare l’arroganza e la stupidita dei monoliti.