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Periferia e bellezza. Anche la CINA cerca l'effetto città

Leonardo Servadio martedì 29 dicembre 2015
«Non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati a vivere in Italia, anche nelle tanto criticate periferie». Massimo Roj ha una vasta esperienza internazionale: ha fondato e dirige CMR, uno dei maggiori studi per la progettazione integrata esistenti, con sedi in una dozzina di città tra Europa e Asia e opera un po’ ovunque nel mondo. Nel novembre 2015 si è recato, con la delegazione guidata dal presidente Sergio Mattarella, a Giacarta (Indonesia) dove ha ricevuto l’incarico per il master plan di una nuova città da fondarsi nell’isola di Sulawesi, su un’area vasta una volta e mezzo quella di Milano, il cui porto diverrà fulcro delle vie marittime nel Sudest asiatico. Nel suo intervento alla cerimonia, Roj ha evidenziato come sia cruciale «pensare a un nuovo modello di sviluppo urbano... a cominciare dalla consapevolezza che lo stile di vita italiano risalta perché capace di rispettare la tradizione pur mentre si impegna nella ricerca tecnologica». Questo vale anche per le periferie? «Vale per tutta la città. Noi ci lamentiamo per l’inquinamento urbano, e a Pechino si trovano tassi di inquinanti infinitamente maggiori. Ci lamentiamo per l’estendersi della città e per la lunga durata dei trasferimenti ma, ancora, nella capitale cinese, che è radiocentrica come Milano, hanno da poco completato la circonvallazione esterna che è lunga circa mille chilometri: una città sterminata. L’errore compiuto nell’espansione della città europea del secondo dopoguerra è noto: la zonizzazione, ovvero la divisione in quartieri specializzati. In uno le abitazioni, altrove gli impianti produttivi o ammini-strativi, da un’altra parte quelli commerciali. Una politica che ha portato a perdere le radici degli spazi urbani, che si sono sviluppati nella storia a partire dalle piazze, attorno a cui sono cresciuti i villaggi, i paesi, le città oggi divenute conurbazioni globali. E sono nati i problemi dovuti agli spostamenti: forte traffico, conseguenti perdite di tempo, inquinamento, sorgere dei grandi centri commerciali e conseguente eliminazione delle bottegucce e dei negozietti di quartiere. Oggi la prospettiva, se n’è discusso pochi giorni fa nel Comitato per la competitività territoriale di Assolombarda, è di ritrovare entro le metropoli la vita del quartiere: rigenerando zone urbane ove si possa vivere muovendosi a piedi casa e posto di lavoro, e si possa fare la spesa sotto casa nel negozio di fiducia. Insomma: niente più periferie attorno a un singolo centro, ma città policentriche».

Massimo RojStiamo parlando di città europea: ma altrove? «Come prospettiva l’idea generale è la stessa ovunque, anche se le condizioni attuali variano da luogo a luogo. In Cina ora programmano l’espansione urbana. Hanno il vantaggio di costruire aree urbane completamente nuove, il che consente di privilegiare gli spazi pubblici. Per esempio a Chongquing sul fiume Yangtze, una delle maggiori metropoli al mondo, ove sono confluiti gli abitanti allontanati dall’area invasa dall’acqua della diga delle Tre gole, hanno realizzato diversi parchi. Ve n’è anche uno esterno alla città, grandissimo. Altrove la programmazione sinora è mancata. Giacarta per esempio ha circa 10 milioni di abitanti: è cresciuta senza progetti, non vi sono connessioni interne, il sistema stradale non è stato studiato e vi sono arterie lunghissime e difficilissime da attraversare, come fossero fiumi privi di ponti. Per superarle bisogna imboccarle e procedere per chilometri sinché non si trova il modo di compiere un’inversione a “U”. Non vi sono marciapiedi e i grattacieli sono cresciuti accanto alle bidonville. Ora noi siamo chiamati a por- tare la nostra esperienza, e un poco della nostra tradizione, per collaborare nel definire modi adeguati per concepire una città nuova, che sia a misura d’uomo: è quanto stiamo facendo sull’isola di Sulawesi, col nuovo centro urbano che dovrà ospitare tra due e tre milioni di abitanti. Per inciso, una città piccola per le dimensioni usuali in quei paesi».

La skyline di GiacartaLe nostre tradizioni urbane si adattano anche a quelle asiatiche? «Dove la crescita è stata imponente e rapida, come in Cina, molto spesso ha travolto la loro tradizione, sono state cancellate le aree storiche e si è perso un importante patrimonio. Oggi agli architetti stranieri in Asia chiedono di contemperare la cultura locale con l’impulso alla globalizzazione, e in vario modo cercano politiche adeguate. Per esempio in Cina stanno frenando la vendita di automobili: a chi desidera acquistarne assegnano targhe tramite estrazione a sorte e in numero limitato. Chi non ha una targa non può prendere un’auto. Anche a Saigon in Vietnam l’inquinamento dovuto ai trasporti è allarmante e il governo sa ricorrendo a misure di contenimento».

Il progetto dello studio Cmr per la città cinese di ChongqinQuali le soluzioni prospetta per le città nel XXI secolo? «Sono convinto sia importante recuperare il piccolo commercio di quartiere: lo chiamo “de-malling”, ovvero ridurre i grandi centri commerciali. È quanto cerco di compiere nei miei progetti urbanistici. Per Xixian in Cina ho progettato una vasta area di torri entro un contesto verde attraversato da vie ciclopedonali che scavalcano le strade carrabili. Anche a Huludao ho sviluppato un progetto bastato su spiazzi e coperture verdi, con percorsi e ponti pedonali; simile approccio ho seguito nel progetto elaborato per Chongquing. Recentemente il nostro progetto per il Parco di Zhenjiang per l’innovazione agricola è stato premiato dall’Associazione degli Architetti cinesi: anche questo è fondato sull’integrazione tra diverse funzioni. Anni addietro fui chiamato a compiere un piano urbanistico per Villasanta, vicino a Monza, e lo elaborai proprio nell’integrazione delle funzioni, attorno alle piazze e alle botteghe di quartiere. Con lo stesso approccio a Lentini, in Sicilia, ho progettato il recupero del paese storico. Ma in Italia la burocrazia frena tutto. Dovremmo imparare a realizzare progetti con rapidità ed efficienza, come fanno in Cina: come loro d’altro canto stanno imparando da noi a rispettare la tradizione storica del luogo».