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Alpinismo. Harrer contro Cassin: la corsa alle cime e le bandiere dei regimi

Paolo Ferrario sabato 21 luglio 2018

Una storica foto di Guido Tonella: Riccardo Cassin, Luigi Esposito e Ugo Tizzoni al ritorno dalla vittoriosa salita alla Walker

È il 1938 l’anno d’oro della “corsa alle Nord”. Nel giro di poche settimane, tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, arrivano a soluzione due dei principali problemi ancora irrisolti che per lungo tempo avevano tenuto impegnati i migliori alpinisti dell’epoca. E tanti, troppi, erano anche morti nel tentativo di salire, per la prima volta, le pareti Nord dell’Eiger, l’Orco dell’Oberland bernese e della punta Walker delle Grandes Jorasses, nel gruppo del Monte Bianco. Tra il 20 e il 24 luglio, la cordata austro-tedesca, composta da Fritz Kasparek e Heinrich Harrer e da Andreas Heckmair e Ludwig Vörg, riesce a vincere la resistenza della terribile Eigerwand, precedendo sul traguardo l’Italiano Riccardo Cassin. Che, poche settimane dopo, tra il 4 e il 6 agosto, si prenderà la rivincita arrivando, per primo, sulla vetta della Walker, dopo tre giorni di lotta durissima, in cordata con Luigi Esposito e Ugo Tizzoni.

Due successi straordinari, che segnano un ulteriore passo in avanti per l’alpinismo eroico degli anni Trenta. Due conquiste, però, subito fagocitate dai regimi totalitari nazista e fascista, che se ne appropriano, facendole assurgere a prova inconfutabile della “superiorità” della razza ariana. In Italia, questo lavoro di propaganda è svolto dal presidente del Club alpino italiano, Angelo Manaresi che, dopo aver trasferito la sede centrale a Roma, dove spira «il soffio vivificatore del fascismo» si premura di cambiare anche il nome stesso del sodalizio, trasformando Club in Centro proprio per cancellare qualsiasi traccia di esterofilia. «Il 1938 – spiega lo storico Alessandro Pastore, autore di Alpinismo e storia d’Italia – è un anno ricco di avvenimenti importanti, non soltanto per l’alpinismo. Il 12 marzo prende il via l’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania nazista. Il 3 maggio avviene la visita di Hitler in Italia e a settembre Mussolini annuncia il varo delle famigerate leggi razziali. In questo contesto di esaltazione della “superiorità” della razza ariana, anche le imprese alpinistiche sono piegate alle esigenze propagandistiche del regime». Cassin e compagni sono così invitati a Roma e ricevono, dalle mani del Duce, la medaglia d’oro al valore atletico. Per il fortissimo alpinista lecchese è addirittura la terza, dopo quelle per la prima salita assoluta della parete Nord della Cima Ovest di Lavaredo (1935) e della Nord-Est del Pizzo Badile (1937). Un trittico formidabile che lo inserisce di diritto nell’Olimpo dello sport fascista. Partito da cui, però, si terrà sempre distante, formando anzi, dopo l’8 settembre 1943, una brigata di alpinisti partigiani.

Chi, invece, tra gli alpinisti di punta, sposa in pieno l’ideologia mussoliniana è Domenico Rudatis, tra le firme di “Sport fascista” e della fascistizzata “Rivista del Cai”, dove non mancano nemmeno gli articoli di Julius Evola, tra i teorici della superiorità della razza bianca, che rispecchia «la forza interiore del clima spirituale creato dal Fascismo ». Perché, come amava ripetere Manaresi, «lo sport è funzione di Stato». E l’alpinismo non può distaccarsi da questa impostazione. La «posizione evoliana di superiorità spirituale e razziale», sottolinea Pastore, è utilizzata da Rudatis per dimostrare una supposta primazia degli alpinisti italiani e fascisti sugli anglosassoni, «caratterizzati da una psicologia mercantilistica di impresari e da un materialismo utilitario». Invece, le imprese degli italiani «si pongono all’avanguardia, luminoso riflesso del clima spirituale creato dal fascismo». Un clima che porterà anche il Cai, dal maggio 1939, a escludere sistematicamente dalla proprie fila i soci di origine ebraica. Una macchia odiosa che, per esempio, vedrà la zelante sezione di Ferrara cacciare addirittura sette dei 51 soci fondatori, soltanto perché ebrei. «L’espulsione degli iscritti in virtù delle leggi razziali e la deportazione nei campi di sterminio – ricostruisce Pastore – hanno privato la sezione ferrarese di una componente importante della società locale. Solo dopo il 1945 ritroveremo nelle liste del Cai cittadino nomi come Ancona, Pesaro e Mayr». Nelle liste di proscrizione finisce anche un personaggio illustre, un alpinista di vaglia come il conte Ugo Ottolenghi di Vallepiana, «ebreo – ricorda Pastore – sciatore provetto ed esperto alpinista, che aveva arrampicato anche con Paul Preuss, il pioniere delle tecniche di salita in libera senza l’aiuto dei mezzi artificiali ». Il “caso Vallepiana” fa emergere anche l’aspetto più cialtronesco del regime. Venuto a conoscenza della sua espulsione, Manaresi, incontrandolo, cerca una goffa via di fuga: «Vallepiana non è un nome ebreo e possiamo continuare a far finta di non sapere che tu lo sia».

Tra gli alpinisti di punta di quegli anni gloriosi e tragici, c’è anche chi, però, si oppone fermamente al regime. È il caso di Ettore Castiglioni, che rifiuta sdegnato la medaglia d’oro con cui il regime voleva celebrare le sue imprese sulle Dolomiti. «Ho sempre sostenuto che il vero alpinista non può essere fascista », scrive nel 1935 nel suo diario. Dove, alla data dell’8 settembre, si legge «Libertà. E così sia». Partigiano e guida sui sentieri verso la Svizzera di numerosi gruppi di ebrei e antifascisti, tra cui il primo presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, Castiglioni morirà in circostanze drammatiche, nel marzo ’44, sotto il Passo del Forno, nella zona del Maloja. Per la sua attività antifascista e di difensore degli ebrei perseguitati, è stata recentemente avviata la procedura per l’iscrizione tra i Giusti di Israele. Riscatto postumo per una generazione di alpinisti costretti ad arrampicare in camicia nera.