Agorà

Teologia. Che ci fa Biancaneve nei nostri presepi?

Roberto Righetto venerdì 23 dicembre 2022

PieterBruegel il Vecchio, “Censimento di Betlemme”(1566)

Philoxenia, vale a dire ospitalità: è il termine giusto per definire l’iconografia della Trinità di Andrej Rublëv, uno dei capolavori dell’arte di tutti i tempi. Prendendo spunto dall’accoglienza che Abramo riserva ai tre uomini/angeli raccontata nel capitolo 18 della Genesi, il pittore russo rappresenta il Dio uno e trino dei cristiani in un atteggiamento non solo trascendente, ma aperto e disponibile verso l’umanità tutta. È il Dio che si fa padre sino in fondo e attraverso l’incarnazione del Figlio si invischia nelle vicende dell’uomo, gli si fa vicino ed amico.

È questa una delle immagini più adatte a raccontare il Natale di oggi secondo il teologo tedesco Gisbert Greshake nel libretto Discese dal cielo appena uscito da Queriniana (pagine 110, euro 12,00). Se è vero che il Natale infatti ha perso sempre più il significato religioso per ridursi spesso a una pura celebrazione del consumismo, occorre nondimeno riscoprire il vero senso della festa «dell’avvicinarsi di Dio al mondo».

Non più un Dio indifferente o lontano, ma che sceglie di abbassarsi e di spogliarsi sino ad accettare la condizione di uomo in toto, morte compresa. Discesa che spalanca le porte alla resurrezione.Come spesso capita a ciascuno di noi, Greshake si mostra indispettito per i riti che precedono la festa, sempre più anticipati peraltro.

Musica da quattro soldi nei negozi e nei mercatini, mescolata ai rumori delle casse elettroniche per l’acquisto compulsivo di regali. Nelle piazze si trova certo ancora rappresentata la mangiatoia, ma spesso confusa con scene di Cappuccetto Rosso o Biancaneve, se non di Hansel e Gretel. E Babbo Natale soppianta Gesù Bambino.

Dinanzi a questo fenomeno, dilagante ovunque nel mondo tanto che il Natale viene festeggiato anche in paesi lontani dal cristianesimo, come la Cina o i Paesi arabi, i cristiani si devono rassegnare? Accettare che sia vista tutt’al più come una festa dell’amore o della famiglia? Per il teologo friburghese dobbiamo far propria la lezione di Ignazio di Loyola, secondo cui per comprendere il senso del Natale dovremmo prima di tutto capire come va il mondo.

Non è una battuta, ma un invito alla concretezza: si tratta di osservare e capire il mondo così com’è qui e ora. È il primo passo dell’evangelizzazione. Ignazio scrive che «dovremmo vedere le persone, quelle che sulla faccia della terra si presentano in tanta diversità tanto nei modi di essere quanto di comportarsi: alcuni bianchi, altri neri; alcuni in pace, altri in guerra; alcuni che piangono, altri che ridono; alcuni sani, altri infermi; alcuni che nascono, altri che muoiono…».

Insomma, è possibile comprendere l’incarnazione di Dio solo se siamo capaci di accogliere il mondo in modo realistico, con le sue contraddizioni, le sue differenze e divisioni. Come ha fatto Gesù. Così potremo interpretare correttamente il senso del Natale imboccando anche noi la strada verso il basso e operando a favore degli ultimi e della pace.

Un appello che viene anche da un altro volume dedicato al Natale mandato in libreria sempre da Queriniana: si intitola E pace in terra? Il Natale come provocazione (pagine 172, euro 21,00) ed è scritto da un altro teologo tedesco, Eberhart Schockenhoff.

Anch’egli prende atto della commercializzazione della festa e dal sentimentalismo superficiale che assale il periodo natalizio, ma è davvero inutile lagnarsi: «I desideri, gli stati d’animo e le speranze rivelano bisogni umani fondamentali che non perdono la loro legittimità per il semplice fatto che si sono staccati da convinzioni decisamente cristiane o sono solo vagamente connessi a queste. Tuttavia, può essere sensato chiedersi perché le persone che non seguono più le interpretazioni religiose della vita e che nel migliore dei casi si descrivono come membri distaccati dalla chiesa, non vedono l’ora che ogni anno arrivi il Natale. Che cosa gli mancherebbe se non ci fosse il Natale?”.

Uno stato di fatto che non esime certo i credenti dal recuperarne il significato sovversivo. La nascita nella stalla non è solo un capitolo di teologia politica che capovolge la logica dell’impero romano, ma una provocazione che da allora spinge il mondo a fare della pace e non del potere, della pietà e non della sopraffazione la pietra d’angolo su cui costruire le relazioni fra i popoli. Il farsi carne di Dio, il rivelare la sua onnipotenza nell’impotenza va di pari passo con il manto della misericordia con cui ha voluto abbracciare il mondo.

Non a caso, ricorda l’autore, Atanasio ha paragonato il figlio di Dio incarnato a un restauratore che rimuove la sporcizia e la polvere nell’essere umano per far risplendere l’immagine offuscata e insudiciata di Dio.

Natale può tornare davvero ad essere la festa della pace e infatti oggi più che mai, annota Schockenhoff, «il desiderio che regni la pace, che persone e popoli trovino il modo di avvicinarsi e che finiscano le guerre, collega la maggior parte delle forme espressive di una cultura postmoderna delle celebrazioni natalizie con il significato originariamente religioso di questa festa».