Agorà

IL CASO. Chamberlain vs. Churchill

Roberto Festorazzi martedì 22 gennaio 2013
Subito dopo la Conferenza di Monaco di fine settembre del 1938, nella quale le potenze democratiche scesero a patti con Hitler avviando lo smembramento della Cecoslovacchia, in Inghilterra si preparò un clima da resa dei conti all’interno dell’establishment del Partito conservatore, forza egemone del Parlamento britannico. Secondo uno dei primi biografi di Winston Churchill, René Kraus, il premier in carica Neville Chamberlain, il demiurgo dell’appeasement (la politica di accordi a oltranza con i dittatori), fu molto vicino a "rottamare" una parte consistente dei suoi oppositori interni, in primis lo stesso Churchill ed Anthony Eden. La "purga" sarebbe stata suggerita a Chamberlain nientemeno che da Adolf Hitler, durante un paio di summit preparatori della Conferenza di Monaco che ebbero luogo tra i due uomini di Stato in Germania, in quello stesso settembre 1938. Il Führer, allora assai propenso ad accordarsi con Francia e Inghilterra, ebbe fiducia di Chamberlain, ma temeva che il primo ministro tory potesse essere rovesciato dal Parlamento, nel quale la posizione di Churchill era tutt’altro che isolata. Il "leone" del Partito conservatore, infatti, aveva cominciato a ruggire contro l’appeasement, che a suo giudizio aveva consegnato l’Europa nelle mani di gangster come Hitler.
Il piano suggerito da HitlerDi qui, il piano che il dittatore nazista illustrò a Chamberlain, tale da "blindare" il risultato ottenuto a Monaco: sciogliere la Camera dei Comuni e indire nuove elezioni, ma escludendo Churchill & soci dalle candidature. Siccome le cose non andarono nella direzione auspicata da Hitler, di quella manovra spregiudicata sono state cancellate le tracce, come se non fosse mai stata esercitata alcuna pesante ingerenza tedesca negli affari interni inglesi. Ma siamo veramente sicuri che Chamberlain non prese in considerazione la proposta del dittatore nazista di epurare Churchill, Eden e tutti gli altri esponenti politici ormai apertamente contrari all’appeasement? Secondo Kraus, fin dagli inizi del 1938, il premier inglese accarezzava il proposito di espellere l’uomo con il sigaro dal Partito conservatore. Nuove conferme in tal senso giungono da uno straordinario documento, le lettere di Chamberlain alle sorelle, pubblicate in Inghilterra nel 2005 e ancora inedite in Italia. Le missive ai famigliari del primo ministro sono una fonte di notizie di sicuro affidamento, perché lo statista si lasciava andare alle confidenze, senza il timore che alcunché potesse trapelare all’esterno. La prima lettera, successiva alla Conferenza di Monaco, in cui appare chiara l’insofferenza di Chamberlain verso i suoi colleghi di partito, in specie Churchill, è datata 9 ottobre 1938. Per comprendere gli accadimenti, bisogna mettersi nei panni del premier dell’appeasement: tornato in Patria, reduce da Monaco, era stato salutato come il salvatore della pace. Gli inglesi, questo è un fatto, non volevano la guerra e accolsero il primo ministro con dimostrazioni di giubilo.
Venti di guerra a WestminsterSe questo era il termometro esterno della situazione, nel cuore del potere, a Westminster, si respirava invece aria di imboscate parlamentari. La "fronda" non era peraltro limitata al gruppo di maggioranza tory: i laburisti di Clement Attle e i liberali di sir Archibald Sinclair contavano proprio sui "malpancisti" conservatori, per tendere agguati a Chamberlain. Durante la votazione che seguì la discussione alla Camera dei Comuni sugli accordi di Monaco, più di 30 deputati tory si astennero: tra di essi, Eden, Leo Amery e Richard Law, figlio dell’ex premier conservatore Bonar Law. Tredici di loro, tra cui Churchill, rimasero seduti in segno di sfida. Così, pochi giorni più tardi, si sfoga il premier, scrivendo alle sorelle: «Winston sta conducendo una vera e propria cospirazione contro di me, con l’aiuto di Masaryk», l’ambasciatore ceco a Londra. Anche nel gabinetto, Chamberlain registra significative defezioni. Due giorni dopo la Conferenza di Monaco, Duff Cooper lascia l’incarico di Primo Lord dell’Ammiragliato. Altri minacciano di imitarlo. A impensierire Chamberlain sono soprattutto un pezzo da novanta come Oliver Stanley, titolare del dicastero del Commercio, e due ministri minori, il liberale nazionale Robert Hamilton Bernays e il conservatore Frederick Comfort Crookshank. Chamberlain teme che si sia raggiunto il punto di non ritorno negli intricati equilibri politici interni, e così spiega alle sorelle: «Non sono certo che ulteriori passi verso accordi coi dittatori possano non far accelerare altre dimissioni dal ministero».La fronda internaIl premier fatica non poco a convincere i suoi ministri a restare, ma la falla apertasi è così pericolosa che si moltiplicano gli appelli, a lui rivolti, a guardarsi dai traditori. Lo stesso Chamberlain indica, in una lettera, i nomi dei membri del gabinetto di dubbia lealtà che gli sono stati segnalati. L’elenco è impressionante, perché si tratta del Gotha della politica britannica: si va dal cancelliere dello Scacchiere John Simon, al segretario di Stato agli Interni, Samuel Hoare, dall’israelita Hore Belisha, ministro della Guerra, a Lord Runciman, emissario di Chamberlain in Cecoslovacchia per la questione dei Sudeti e ora Lord presidente del Consiglio, da sir Thomas Inskip, ministro per il coordinamento della Difesa, allo scozzese Walter Elliot, titolare della Sanità. Se fosse stato vero che soltanto la metà di questi uomini tramavano contro il premier, sarebbe stato un terremoto politico. Nondimeno, lo sarebbe stata anche una lista di proscrizione che bandisse questi personaggi dalla vita pubblica inglese. Le prime scosse si avvertono l’8 dicembre ’38, quando il ministro del Commercio Estero, Robert Hudson, annuncia al premier che, se non avesse cacciato subito quattro colleghi troppo tiepidi verso la sua politica, egli stesso e alcuni altri giovani ministri si sarebbero dimessi. Insomma, la misura è davvero colma, anche per un esperto navigatore nei marosi parlamentari come Neville Chamberlain. Il premier tory, oltre che con Churchill, è in dissenso anche con l’altro cavallo di razza del suo partito, il giovane ex ministro degli Esteri, Eden. Questi, intatti, contrario all’appeasement, era stato estromesso dal governo e dalla guida del Foreign Office fin dal febbraio del ’38. In una lettera di Chamberlain alle sorelle, datata 15 ottobre, affiora per la prima volta un riferimento alle elezioni, come a un rimedio sicuro per mettere "fuori gioco" i suoi oppositori. Ma è un’opinione contraria: «Non posso andare a elezioni, al momento. Sono convinto che sarebbe una pessima tattica». E il successivo 24 ottobre, sempre rivolgendosi alle sorelle, Chamberlain mette una croce sopra ogni residuo proposito di allargare la base parlamentare del suo traballante gabinetto: «Penso di aver persuaso tutti che non è cosa da fare, chiamare i laburisti, oppure Winston o Anthony [Eden], al governo».
«È peggio di Lloyd George»Il 6 novembre, Chamberlain è nuovamente stizzito per un radiomessaggio di Churchill diffuso negli Usa, nel quale l’avversario interno chiama gli americani a venire in soccorso dell’Inghilterra per la salvezza dell’Impero britannico. Commenta infatti caustico il premier: «Il discorso di Winston ha danneggiato la nostra causa, più di quanto non l’abbia danneggiata Lloyd George». David Lloyd George, ex premier liberale, era divenuto un entusiastico ammiratore del Führer e del suo regime. Un mese più tardi, l’11 dicembre, sfiancato dal dissenso montante tra le file dei conservatori, Chamberlain appare possibilista sull’ipotesi di convocare nuove elezioni: «Vedo un solo modo per migliorare le cose, e cioè sbarazzarsi di questa inquieta e scontenta Camera dei Comuni e andare al voto. Ma mi si dice che, mentre potremmo elegantemente vincere le elezioni dopo molti mesi di scrupolosa preparazione, viceversa averle a breve distanza significherebbe un suicidio, in considerazione dei dubbi sulla mia politica estera dovuti al comportamento dei dittatori, delle perplessità circa il riarmo dovute alle critiche dei vari Churchill e Duff Cooper, e dell’insoddisfazione degli agricoltori verso la nostra politica». Perché Chamberlain non sciolse il Parlamento mettendo fuori gioco i suoi avversari interni? Perché gli avvenimenti precipitarono rapidamente, con l’invasione tedesca di Praga e la spartizione della restante parte della Cecoslovacchia. A quel punto, l’Inghilterra cambiò politica, o, per meglio dire, considerò inevitabile ricorrere a una guerra per fermare Hitler.