Agorà

Intervista. Cecenia, la resistenza delle «lupe»

Riccardo Michelucci sabato 30 aprile 2016
L’immagine della catena umana formata dalle donne cecene per impedire ai carri armati russi di muovere su Groznyj fece il giro del  mondo. Era il dicembre 1994. I blindati e gli aerei da combattimento arrivarono lo stesso, la Cecenia fu distrutta e da allora i media ripropongono l’immagine dei ceceni armati di kalashnikov, che a ogni sparo invocano Allah, ma hanno stemperato nel silenzio quella resistenza femminile spontanea, non violenta e orientata alla vita.Da essa nacque uno straordinario movimento pacifista che riprese il motto di Vaclav Havel, «non siamo ottimisti, non ci aspettiamo che le nostre azioni abbiano successo, agiamo solo in base alla nostra coscienza». La forza e la dignità delle donne cecene, l’autodeterminazione che hanno saputo conquistare in tempo di guerra, è raccontata in modo magistrale nei reportage letterari della scrittrice e reporter  slovacca Irena Brežná, raccolti nel libro Le lupe di Sernovodsk (Keller, traduzione di Alice Rampinelli, pp. 198, euro 16). Gli scritti di Brežná iniziano proprio dalla prima guerra cecena e coprono complessivamente quindici anni, dal 1995 al 2011, risultando utili anche per comprendere quello che sta accadendo oggi nel cuore dell’Europa. Nata in quella che un tempo era la Cecoslovacchia, Brežná è emigrata in Svizzera da giovane, al tempo nella Primavera di Praga del 1968, e dopo studi in slavistica, filosofia e psicologia ha iniziato un’attività di giornalista e scrittrice per la quale ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Ha visitato i villaggi e le città distrutte del Caucaso del Nord, ha vissuto con le donne cecene colpite da quella tragedia ed è riuscita a costruire una narrazione fondata su un’attenta ricerca linguistica e una grande cura per i dettagli della vita quotidiana in tempo di guerra. Oggi la scrittrice partecipa al II Festival internazionale di letteratura «Seconda Classe» a Chiasso.Signora Brežná, come trovare le parole per descrivere l’orrore della guerra?«Vagare tra rovine e campi minati con il cuore aperto e i sensi all’erta non basta, e non è sufficiente neanche ascoltare le vittime. Occorre saper distinguere cosa conta, cosa bisogna raccontare di quel caos indescrivibile. E una reporter di guerra deve sapere prima cosa l’aspetta, non ci sono soltanto rischi per il corpo, ma anche per la psiche. Io non ne avevo idea: una volta tornata nella mia sicura Svizzera ho sofferto di attacchi di panico e mi sono dovuta far curare». Quanto ha contato la sua identità e il suo Paese d’origine nel suo mestiere di reporter e nel formare la sua sensibilità nei confronti dei popoli vittime di gravi violazioni dei diritti umani?«Indubbiamente il mio trauma dell’occupazione della Cecoslovacchia nel 1968 da parte delle truppe del Patto di Varsavia ha avuto un ruolo centrale nella mia vita e mi ha fatto identificare con il piccolo popolo caucasico nella sua volontà d’indipendenza dalla Russia». Osservando l’operato dei soldati russi ha capito cosa può spingere l’uomo a una crudeltà gratuita e apparentemente insensata? «I giovani soldati russi inviati nel nord del Caucaso facevano pena, alla popolazione e anche a me. Ma c’erano anche dei mercenari, dei criminali incalliti, degli ex galeotti che si erano arricchiti con la guerra e che mettevano in atto le loro fantasie di violenza. Era sconcertante vedere cosa avesse combinato l’esercito nelle tanto curate case cecene – avevano defecato in salotto, distrutto lampade e televisori, sparato non solo alla gente, ma anche alle mucche».Nelle guerre le donne hanno spesso mostrato una dignità e una capacità di resistenza maggiore degli uomini. Qualità che lei ha notato anche nelle donne cecene. Da dove deriva questa forza? «Dal fatto che devono garantire la sopravvivenza giornaliera di vecchi e bambini; le contadine cecene sono state capaci di preparare la tavola anche tra le rovine, di prendersi cura degli animali e di vendere i prodotti al mercato. Non avevano tempo di pensare a sé, di cedere alla disperazione o di dedicarsi a discussioni politiche. Gli uomini erano morti, o in prigione, o sulle montagne a combattere, e le donne correvano sempre, e nel farlo aiutavano non solo le proprie famiglie, ma loro stesse. Sotto le bombe erano indistruttibili, solo dopo alcune di loro andavano in pezzi».È tornata in Cecenia dopo la fine dell’ultimo conflitto?«No, non ne sopportavo più la distruzione. Ma già dopo la prima guerra voluta da Boris Eltsin ha fatto capolino il fondamentalismo islamico. Se la resistenza armata, almeno all’inizio, era un semplice moto popolare, i comandanti come Basaev si sono poi fatti crescere la barba, inneggiando all’islam radicale, e hanno obbligato le donne a coprirsi il capo. L’Arabia Saudita ha distribuito brochure religiose tra le macerie. I giovani contadini che non potevano andare a scuola sono stati trasformati in wahhabiti. Nel nord del Caucaso completamente distrutto rimanevano solo le armi e il Corano. Una società brutalizzata, demoralizzata, che ha sperato di trovare una nuova morale nell’islam radicale. Nella breve fase di indipendenza tra le due guerre, tra il 1996 e il 1999, il governo ceceno ha adottato la shari’a».Com’è cambiata la percezione della guerra dopo la morte di Anna Politkovskaja?«La Politkovskaja era tenuta in grande considerazione in Cecenia: non era l’unica giornalista russa ad accusare il Cremlino di crimini di guerra ma era la più eminente, e ha pagato con la vita il suo coraggio e la fedeltà ai suoi principi. Per i ceceni il suo assassinio è stata una tragedia, avevano la sensazione che non ci fosse più nessuno cui rivolgersi, per riferire i crimini dell’esercito russo in Russia. Pensavano che non valesse la pena di ribellarsi contro Mosca, e che qualsiasi atto di resistenza o un resoconto fedele della guerra fosse insensato. I ceceni sono oggi un popolo piegato, traumatizzato, sconvolto, sia che vivano nel Caucaso o nei campi profughi di tutta Europa, sia che combattano per il Daesh».