Agorà

DIALOGHI. Cavarero: il pensiero ferito torna al Vangelo

lunedì 7 novembre 2011

​Adriana Cavarero (Bra, 1947), filosofa, esponente del pensiero della differenza sessuale. Esperta di Platone e di Hannah Arendt, è dichiaratamente «laica e progressista», sebbene rifugga quell’auto-presentazione che va sotto il termine «atea». Perché, probabilmente, così verrebbe troppo facilmente assoldata da quella cordata di anti-religione corrosivi che oggi assommano insieme Paolo Flores d’Arcais e compagnia. Adriana Cavarero, che insegna Filosofia politica all’università di Verona, ha invece molto rispetto per la tradizione cristiana e l’esperienza religiosa. Il suo percorso filosofico, critico verso la tradizione metafisica "classica" (per lo più maschile e "mortale"), si incentra su temi e argomenti che non possono non trovare risonanza nell’ambito cristiano: "nascita", "vulnerabilità", "ferita", "femminile". Il pensiero di Cavarero - tra i pensatori italiani più apprezzati all’estero, detto en passant: lo testimoniano le continue traduzioni dei suoi saggi, così come le cattedre ricevute alla New York University o a Berkeley - percorre itinerari così insoliti e inediti per profondità, scelta di temi, echi umanistici, al punto che lo si può (ed è il tentativo qui fatto, seppure in forma dialogica e giornalistica) mettere al vaglio dell’esperienza e della proposta cristiana. Armando Matteo, il teologo autore di "La prima generazione incredula", si chiede: «Cosa è mancato se Gesù Cristo, per chi ne ha tramandato memoria, è l’esempio pieno di libertà e umanità oggi viene sentito esattamente l’opposto?». Cioè il suo messaggio viene sentito esattamente l’opposto, come una cosa vecchia, una cosa liberticida e antiumana. Secondo lei, cosa è mancato?«Il mio è un osservatorio è laico e filosofico, ossia vengo da determinati strumenti di lettura che di certo non sono religiosi. Sono più abituata a leggere testi o commenti piuttosto che fare grandi visioni sociologiche del destino del mondo e dell’Europa. Premesso questo, la mia impressione è la seguente: almeno per come ho vissuto gli ultimi decenni del Novecento, in particolare il fatidico ’68 - ma si tratta di un movimento più ampio -, la critica al cristianesimo è diventata sostanziale in quanto critica a un certo autoritarismo della Chiesa e a un certo atteggiamento delle gerarchie. Insomma la Chiesa, insieme ai "padri", o insieme allo Stato, rappresentava delle forme proprio autoritarie - così venivano lette - e quindi come tali contrarie alla libertà e quindi da abbattere. Sinceramente, sia allora sia ora, io non ho mai confuso il cristianesimo con questo attacco alle istituzioni della Chiesa, a una certa gestione del potere, delle coscienze o in ogni caso a quella che in inglese si chiama (non mi viene mai una parola migliore in italiano) una agency culturale molto forte. Ripeto: non ho mai confuso tutto questo con il messaggio cristiano in quanto tale. Preso in quanto tale, come filosofa e come non credente, questo è un insieme di testi e anche di tradizioni interpretative, che trasmettono un messaggio estremamente umano. Se io leggo come filosofa i testi cristiani, trovo invece qualcosa di molto importante nell’attenzione per la fragilità umana e la vulnerabilità. Cristo stesso è un uomo in croce, quindi una figura "vulnerata". E quindi è un’immagine su cui ci si interroga circa l’umano in termini di carnalità, di limitatezza, del proprio essere esposti l’uno all’altro. Ho sempre distinto molto la eterna - e intendo dire infinita - possibilità di leggere ancora i Vangeli e di interpretarli, e la validità della loro rappresentazione dell’umano non in termini violenti e guerrieri ma secondo la visione della vulnerabilità e dell’apertura all’altro. Ritengo che il cristianesimo possa sempre essere un testo fresco di nuovo e che si può continuamente interrogare. In questo senso non mi pare che il cristianesimo invecchi, o che sia sotto attacco, o che sia spazzato via». Oggi però la corrente dei neo-atei vuole svuotare direttamente il cristianesimo del suo senso più profondo. Non c’è più lo slogan sessantottino "Cristo sì, Chiesa no". Vi è anche un rifiuto categorico, sistematico, "ontologico", del messaggio e della figura di Cristo. Penso agli scritti di Paolo Flores d’Arcais, in Italia, e non solo … Da non credente, queste critiche "radicali" la riguardano?«Diffido moltissimo di questi che lei chiama "attacchi al cristianesimo" e contro il messaggio di Cristo. Tutto questo, quando viene fatto non da specialisti, ma da dilettanti, che non sono teologi né filosofi, che non hanno una lettura attenta del testo, è solo un modo per entrare in polemica con l’oggetto più importante del pensiero, Dio. Io non leggo questi libri, non mi interessano assolutamente. Essendo cresciuta in una Torino laica, non ho sviluppato nessun anticlericalismo, per cui non sono sensibile a queste tematiche. Piuttosto, se devo fare una lettura critica del cristianesimo - nei suoi testi fondamentali: i Vangeli, sant’Agostino, san Tommaso e così via -, la faccio attraverso grandi studiosi, per esempio mediante Emmanuel Lévinas o Hannah Arendt. Posso fare riferimento ad una vicenda particolare che mi ha coinvolto: di recente ho avuto un dialogo pubblico di tre giorni con Judith Butler, la filosofa ebrea, a Barcellona. Lei è ebrea e ci tiene a sottolineare il suo ebraismo anche se non è credente. Si discuteva di vulnerabilità umana, di definizione dell’umano non in termini di egocentrismo del sé, di affermazione, di successo, ma di relazionalità e di vulnerabilità. Io usavo il mio bagaglio filosofico, lei usava il suo. Alla fine di ogni incontro lei mi sussurrava molto amichevolmente: "You are very Christian". E bisogna capire cosa intendeva dire. Non si può dire di me che sono molto cristiana visto che non ho una vera educazione in tal senso, non sono né credente né praticante. Ho un’ignoranza abissale su molti temi del cristianesimo e su tutta la comunità dei credenti. Diciamo che inevitabilmente essendo cresciuta nella cultura italiana e privilegiando certe tematiche, per esempio quelle della ferita, della tensione per l’altro, dell’apertura, sono finita per incrociare il cristianesimo, un tipo di cultura per me molto interessante col quale mi confronto continuamente. Avendo riflettuto per esempio sul "Non uccidere", ho avuto anche modo molto di recente di leggere con attenzione i Vangeli e ritengo che siano testi infinitamente fecondi per una certa visione dell’umano che non rispecchi una visione imperativa». Cosa offre dunque la tradizione cristiana di stimolante al pensiero della vulnerabilità e fragilità?«Io mi occupo di filosofia politica: una delle sue categorie centrali è la violenza. Se da un certo punto di vista, nell’Antico testamento soprattutto, troviamo nella Bibbia migliaia di passaggi a supporto di un uso legittimo della violenza, il messaggio di Cristo e del primo cristianesimo sono ancora testi preziosissimi che quasi non hanno pari. Faccio un esempio di problema teoretico: siamo talmente all’inizio in un pensiero della non violenza, che non abbiamo neanche un termine per indicare questa posizione se non un’espressione negativa. Non c’è un termine positivo per non violenza. Un pensiero di questo genere ha sempre tentato di nascere, già con Cristo, poi con Erasmo da Rotterdam che ha provato ad arrivare alla formazione di un lessico proprio. In una certa tradizione del primo cristianesimo vi sono delle vere e proprie perle di questi tentativi». Ad esempio?«Quanti abbracciavano la pace rifiutandosi di fare il soldato, ritenendo che fare il militare in un esercito fosse un atto contrario all’umanità, che è la cura dell’altro e quindi per la vita nella sua singolarità».

Torniamo alla fecondità intellettuale del cristianesimo...«Hannah Arendt sostiene che non si può leggere Platone, Omero, Hobbes, Heidegger se non parte dal fatto che l’umano è basato sulla mortalità. Ossia: l’uomo è l’animale che, tramite il logos, si rende consapevole del fatto di essere mortale (l’animale non sa né conosce tutto questo). La filosofia occidentale si basa su questo lutto: tutta la sua macchina teoretica è una costruzione di concetti che scattano da questo punto centrale. Certamente, in parte, il cristianesimo è interno a questo macchinario e io sono convinta che gran parte della tradizione cristiana lo sia: l’annuncio di Cristo, in fondo, cancella l’inesorabilità di questa morte individuale promettendo l’immortalità nell’aldilà. Hannah Arendt sa tutte queste cose, ma lei sostiene che nell’immaginario del cristianesimo la salvezza viene da un bambino (scrive proprio così, "Un bambino è nato fra noi", citando la Scrittura). E questo fatto concentra la nostra attenzione non sul momento luttuoso della mortalità individuale, ma su quello inaugurale della natalità. E questo cambio di prospettiva è secondo me fondamentale. Qui siamo davanti ad una categoria arendtiana - quella della natalità - che Arendt prende direttamente dal cristianesimo, una categoria per me fondamentale. Infatti, si può costruire tutta la storia della filosofia, dalla grande matrice greca fino alla modernità, secondo il principio fondante della mortalità: tutto l’umano viene misurato sulla morte. Secondo l’interpretazione di Arendt, che io trovo molto interessante, la novità del messaggio cristiano è il non basarsi sulla mortalità, bensì sulla natalità. L’inaspettato e la redenzione vengono dal nuovo, dall’accettazione, dalla semplice constatazione, filosofica, che ogni nuovo nato è appunto nuovo, è imprevedibile e può cambiare il mondo attraverso la sua azione, senza che tutto sia già deciso prima. Ma chi è imprevedibile, come dice giustamente Arendt, è incontrollabile e quindi il nuovo ha anche un aspetto di fragilità. Siamo davanti ad una precisa identificazione laica di Cristo».Benedetto XVI è un papa ultimamente molto criticato e preso di mira a livello mediatico. Quale il suo giudizio?«Dico la verità: mi piace dal punto di vista intellettuale. È una persona con una buonissima formazione, un uomo molto "filosofico" e davvero colto, conosce in profondità la storia del pensiero. Sento molta affinità con un tipo di studioso del genere. Con questo non voglio dire né che condivido tutto quello che scrive, né che ascolto tutto quello che dice. Però le cose che mi capita di vedere, di leggere e anche quanto egli ha scritto prima di diventare Papa risulta molto interessante. Mi suonano molto leggibili nel senso che percepisco una formazione filosofica comune che mi è familiare. Provo una simpatia immediata verso i suoi lavori perché sento un alfabeto comune, come uno che si occupa di musica e sente molta familiarità come musicista».