Agorà

'900 inquieto. Cattabiani, antropologo del mito popolare

Raffaele Nigro sabato 26 luglio 2014
Ho della figura di Alfredo Cattabiani (1937-2003) un ricordo diviso in due tronconi, più che contrapposti, diversi. Il primo è quello di gioventù, il ricordo di un uomo schierato a destra e che fondeva e confondeva fede e politica in maniera reazionaria e intransigente, l’immagine di uno studioso di letteratura spirituale che usava i saggi su De Maistre, Rosmini, Simone Weil, Bernanos, La Rochelle, Prezzolini, come mattoni utili a costruire un muro di riflessione cristiana contro la deriva comunista. L’altro è quello degli anni maturi,quando si illanguidisce la passione politica, avanza il piacere dello scavo nella cultura antropologica e si fa strada l’idea che la grande cultura contadina che ci siamo lasciati alle spalle sia stata ricca di simbologie pagane e religiose e che solo la resurrezione dei suoi ricordi,la decriptazione di metafore nascoste possa risultare utile alla costruzione di un nuovo muro,più alto e spesso del precedente, contro la deriva borghese e la modernità così priva di memoria, una modernità superficiale e fondata sullo stupidario dei consumi e della televisione.  Il primo Cattabiani mi spaventava, non riuscivo a condividerlo, mi risultava indigesto, soprattutto perché si contrapponeva alle letture della mia giovinezza, fatta di umori sessantottini e filomarxisti, il secondo mi coinvolse, perché dava corpo teorico e sistematico a ciò che avevo letto in Bronzini, Carpitella, Lombardi Satriani e De Martino e che avevo io stesso vissuto negli anni di formazione, in quel mondo lucano attraversato dal malocchio e dalla fascinazione e sistemato simbologicamente sulle coordinate del ciclo della vita e dell’anno. Ce li aveva tutti contro Alfredo, quando da una Torino divisa tra la cultura operaia e l’umanesimo di Del Noce e di Mircea Eliade, accettò di dirigere la reazionaria casa editrice fondata da poco da Edilio Rusconi. Cominciò a pubblicare un genere fantasy che allora era del tutto opposto alla letteratura di impegno che Einaudi e Feltrinelli si ostinavano a diffondere. Il fantasy di Tolkien si opponeva al realismo magico dei sudamericani, all’epica di Pratolini alla metafora di Calvino. Lo stesso Crovi, nel momento in cui gli chiesi se un mio manoscritto sarebbe mai stato letto da uno come Cattabiani tentennò il capo e disse «Alfredo è bravo,ma è troppo reazionario». Non ne faceva mistero lui stesso, se in una serie di articoli per “Il tempo” Cattabiani raccontava le sue battaglie torinesi affianco a Del Noce, l’ostracismo della sinistra nei suoi confronti, da Pedullà a Valerio Riva alla intera compagine de “l’Espresso”.  Cattabiani era uno spiritualista di formazione gesuita, in linea con una Chiesa intransigente, non so dire quanto contemplativo, perché poi c’era in lui l’uomo politicamente schierato a destra. Una sorta di Erasmo del nostro tempo, inquieto e con la testa ai grandi valori del passato. Un intellettuale raffinato che di editoria ne capiva, se diede asilo al Quinto Evangelio di Pomilio che tutti avevano rifiutato, portandolo al successo. Poi Rusconi aprì alla cultura di sinistra, si ammorbidì e Cattabiani lasciò la direzione, si chiuse sempre più a riccio, man mano che gli si chiudevano le porte del lavoro, man mano che la politica italiana si apriva al centrosinistra, i comunisti apparivano sempre meno come divoratori di bambini. Arroccato a Viterbo, in una casa adiacente a un convento di suore, Cattabiani capì che doveva guardare al popolo e non solo al mondo degli scrittori e dei poeti e poteva condurre la sua battaglia in difesa del passato e della memoria e dei grandi valori che avevano attraversato e intriso il mondo contadino, raccontando i simboli arcaici, pagani e cattolici nascosti in quella cultura. Cominciò esplorando nel 1984 la simbologia del mondo delle bestie, che arricchì due anni più tardi con un Bestiario di Roma scritto a quattro mani con la moglie, la spagnola Marina Cepeda Fuentes, recentemente scomparsa. Una cultura immensa espressa in una scrittura semplice e adatta a ogni lettore. «Forse siamo sulla soglia di una mutazione epocale – spiegò nella prefazione al Calendario – Se così fosse, non sarebbe del tutto inutile ripercorrere a futura memoria, come fece Macrobio al tramonto della religione e della civiltà romane, l’intreccio di feste che hanno formato il nostro popolo». Una cultura orale ricchissima, legata alle stagioni, agli uccelli,all’acqua, ai fiori e che andava radunata e sistemata in summe agevoli e facilmente consultabili. Nacquero l’Erbario e il Lunario, l’Acquario e il Florario e poi il dizionario agiografico dei Santi d’Italia.La determinazione di Alfredo non mutava, ma i sudamericani e le letture dagli antropologi francesi lo avevano fatto maturare. Era cambiato il suo modo di accostarsi al pubblico e di interpretare il cuore profondo degli uomini. »Vi è stato un periodo, nella nostra storia, fra la metà del secolo scorso e la prima metà del nostro – scrive con atteggiamento chiarificatore e polemico –, in cui si è trascurato questo aspetto (il culto dei santi, considerato)… come dannoso per la comunità. L’atteggiamento indifferente nasceva da ideologie che confinavano nell’irriverenza tutto quel che atteneva alla sfera del sacro. Da qualche decennio quei pregiudizi sono caduti in una generale ricomprensione della religiosità e soprattutto nella rivalutazione delle tradizioni popolari nelle quali si esprime l’anima di un popolo». Il cambiamento nel suo integralismo culturale, sebbene restasse ancorato a quell’etica robusta che aveva espresso da sempre, fece più intensi i nostri rapporti, gli telefonavo ora di tanto in tanto, soprattutto quando seppi della sua malattia e vedevo più morbida la sua posizione intransigente; era stato un lottatore, in tempi in cui si devastavano i valori con totale disattenzione alle ragioni dello spirito. Tempi in cui si esaltava, in Occidente l’effimero e all’est la cultura materiale intesa come valore unico e dominante.