Agorà

50 anni l'€™accordo siglato da una quarantina di vescovi di tutto il mondo. CATACOMBE: il Patto per una chiesa povera

Lorenzo Fazzini sabato 7 novembre 2015
Erano una quarantina, all’inizio, sugli oltre duemila vescovi che si riunirono a Roma per il Concilio Vaticano II. In pochi anni arrivarono a superare quota 500. Oggi la loro sensibilità è fatta propria da papa Francesco, del quale - lo disse il 16 marzo 2013, era pontefice da poche ore - sono passate alla storia queste parole: «Ah! Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri». Bergoglio rievocava così quel "Patto delle catacombe" che una quarantina di vescovi di tutto il mondo firmò il 16 novembre di 50 anni fa, a Roma, nelle catacombe di Santa Domitilla. Un documento sconosciuto ai più, il "Patto", in cui presuli di tutto il mondo si impegnarono per vivere a fianco e in nome dei poveri, con una serie di indicazioni precise e puntigliose. Tra i firmatari, nomi noti come dom Hélder Câmara, arcivescovo di Recife (Brasile), l’arcivescovo di Nazaret, Hakim, Massimo IV, patriarca di Antiochia, Leonidas Proaño, vescovo di Riobamba (Ecuador), famoso per la sua difesa dei campesinos; Enrique Angelelli, ausiliare di Cordoba (Argentina), ucciso durante la dittatura e punto di riferimento per l’allora padre Jorge Mario Bergoglio; il vescovo di Tournai (Belgio), Charles-Marie Himmer, che tenne l’omelia quel giorno. Alcuni sono ancora in vita: l’allora ausiliare di Bologna Luigi Bettazzi, poi vescovo a Ivrea, e José Maria Pires, arcivescovo emerito di Paraiba, in Brasile. Variopinta la provenienza dei firmatari: Cina, Corea del Sud, Zambia, Gibuti, Indonesia, Algeria, Cuba, l’allora Jugoslavia, Canada, Francia, Grecia, Spagna, e altri. Nessun presule dagli Usa. Curiosità: il primo a dare notizia di questo Patto fu il laicissimo Le Monde l’8 dicembre 1965, giorno di chiusura del Concilio.A 50 anni da quell’evento, si moltiplicano gli appuntamenti per celebrare il Patto. Sabato prossimo è previsto all’Urbaniana di Roma un convegno con Jon Sobrino, teologo e già collaboratore di Oscar Romero (un altro che firmò, da vescovo, il Patto), lo storico Alberto Melloni, il vescovo Bettazzi, il cardinale Roger Etchegaray. Nell’occasione verrà presentato in anteprima il libro Il Patto delle Catacombe. La missione dei poveri nella Chiesa (Emi), disponibile in diverse lingue, con testi, tra gli altri, di Bettazzi, Sobrino, Piero Coda e Stephen Bevans. Inoltre, il 16 novembre a Napoli, nelle catacombe di San Gennaro, alcune personalità ecclesiali (Alex Zanotelli, Raffaele Nogaro, Luigi Ciotti, Virginio Colmegna e altri) si incontreranno per firmare un nuovo Patto (consultabile su www.catacombedinapoli.it), che mette insieme la sensibilità conciliare con le nuove sfide di oggi, in particolare sul piano ambientale.  Ma come si era arrivati a quel testo? Lo rievoca dom Câmara nel libro Roma, due del mattino. Lettere dal Concilio Vaticano II (San Paolo). Nella circolare del 30 novembre, il famoso "bispinho" racconta: «Ricordate che a casa di Paul Gauthier [gesuita, ndr] era stato programmato un impegno che doveva essere assunto liberamente dai Padri Conciliari che avrebbero celebrato nelle Catacombe? Le concelebrazioni si moltiplicano e tutti i Padri hanno ricevuto questo foglio ciclostilato». E lì Câmara trascrive questo ciclostilato che la storia ha tramandato appunto come Patto delle Catacombe, firmato «alla fioca luce di sera» del 16 novembre di mezzo secolo fa (come ha rievocate il sito Crux del Boston Globe), in cui i presuli «illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo», si impegnavano in 12 punti per una «Chiesa povera e per i poveri». In sintesi: «Vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto»; «rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti […]. Né oro né argento. Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca ecc.»; «tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale della nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli»; «rifiutiamo di essere chiamati con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre». Venivano elencati altri aspetti per costruire una Chiesa più vicina ai poveri, «consci delle esigenze di giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni»: i contraenti si impegnavano a dare «quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi ecc. al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati»; «cercheremo di trasformare le opere di "beneficenza" in opere sociali fondate sulla carità e la giustizia»; «eviteremo di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni». A spingere per il Patto fu soprattutto il Gruppo della Povertà, un sodalizio di vescovi conciliari tra i quali si contavano il patriarca Massimo IV, il cardinale Giacomo Lercaro di Bologna, Georges Haddad, ausiliare di Beirut, Georges Mercier, vescovo di Laghout (Algeria), presule della diocesi di Charles de Foucauld. Mercier fu protagonista di un riscontro decisamente positivo da parte di Paolo VI in merito ad una lettera da lui spedita al papa nell’agosto del 1963. Tema, la richiesta che il tema della povertà venisse inserito trasversalmente nel Concilio: «Sapevo che Mercier, durante un’udienza a Castel Gandolfo - annota Câmara -, quando si era presentato come il vescovo del Sahara aveva avuto la sorpresa di sentirsi dire dal Papa: "Ho ricevuto la sua lettera. Benedico con tutto il cuore il lavoro del Gruppo della Povertà. Lo dica ai suoi amici"».