Agorà

La grande guerra. "Caro diario, qui gioco la vita"

Roberto Beretta sabato 12 aprile 2014
​Venti agosto ore 4: «Sono sul campo di battaglia più morto che vivo. Tanti compagni sono già morti al mio fianco ed io proprio non so come ancora vivo. Sto molto male, avrei bisogno qualche conforto per lo stomaco». 21 agosto: «Anche oggi è quasi passato. La lotta continua accanita. Il mio stomaco è sempre in disordine, dormire non se ne parla, sono molto stanco, per 8 ore ho dovuto restare rimpiattato in una buca di una granata, se mi movevo ero morto, una mitragliatrice mi ha puntato; all’imbrunire strisciando me la sono svignata».Com’è diversa, la guerra, se vista dai puliti libri di storia oppure da un consunto fascicolo tascabile come questo, formato agendina, sul quale un caporale qualsiasi ha annotato diligentemente il suo diario... Succede ad esempio che eventi unici meritino solo poche righe, o che l’altisonante «XI offensiva dell’Isonzo» venga descritta come qui sopra: la lotta contro la paura che attanaglia per ore lo stomaco. La Grande Guerra si fa piccina, sporca e quotidiana; e, forse per questo, si capisce meglio. È la storia del caporale Costante Quattri, milanese, dilettante fotografo (sue sono le immagini di questa pagina) che diventerà poi titolare di uno studio proseguito con successo dal figlio Giordano, oggi novantenne. Proprio quest’ultimo – nel centenario del conflitto –  ha ritrovato il prezioso diario bellico dove il padre ha fissato in svolazzi di pennino la sua storia.I brani sopra riportati sono relativi all’estate 1917 e probabilmente rappresentano i momenti più drammatici dell’esperienza di Quattri, che da un anno ormai vestiva il grigioverde nella Brigata Catanzaro: reparto di fanteria così terribile che – si diceva – in esso «fatalmente si muore, speranza non c’è». La sua è tuttavia una posizione privilegiata, perché funziona da scritturale del comando, addetto anche alla distribuzione della posta e alla sua lettura: essendo non pochi dei suoi compagni contadini analfabeti provenienti dalle campagne del Sud. Ma il 17 agosto scatta per tutti l’ennesima offensiva sul Carso e anche la «Catanzaro» si muove verso Trieste dalle posizioni tra le foci del Timavo e il mare. Per dirla con la storia "ufficiale": «Il 19 agosto, compiuta la preparazione d’artiglieria, il III/142° passa il Locavaz e punta su San Giovanni, portandosi ad un centinaio di metri dalle case del paese. Il 20 rinnova gli attacchi che incontrano seria resistenza. Nei giorni 21, 22, 23 i reparti ritentano più volte la prova»... Quattri, che scrive "in diretta", tutto sommato non si discosta troppo: «22 agosto. Alle 3 e 40 si andava all’assalto. Vi era da percorrere uno stradone, vi era poi una palude da passare... Si era scoperti, già il battaglione (appunto il III del 142° fanteria, ndr sfilava e al grido mio e del maggiore e di un volontario ardito abbiamo corso sotto la linea nemica. Le pallottole di mitragliatrice fischiavano e tanti caddero morti o feriti. Io facevo una corsa a fior d’acqua alla riva e poi, appena i colpi si facevano sentire più rabbiosi, giù nell’acqua sino al collo in mezzo agli erbacci, un po’ fuori un po’ dentro come le rane... Questo è durato per quasi 4 ore. Finalmente decisione eroica e via, una gran corsa senza più pensare che una pallottola o tante mi potessero colpire».
La concitazione del fante si riflette sull’assenza di punteggiatura del racconto: «Arrivai alla trincea tutto infangato bagnato grondante stanco morto conciato da far pietà sono 4 giorni e 4 notti che si combatte sono pieno di pidocchi sporco sudicio e puzzolente, non ne posso più... Poveretti tanti sono morti e proprio appresso davanti a me, ai miei piedi, che spaventi, che puzza di cadaveri, c’è un’aria fetida, un caldo terribile... Fortuna vi è palude e si beve acqua di mare sebbene qualche cadavere galleggia, ma colla sete mia e nostra non se ne può fare a meno. Ho molto sonno, ho la barba lunga, tanti insetti mi girano addosso, sono disperato ma pure penso a voi a casa e sono forte, sarò forte, voglio vivere... Il giorno 23 sul 24 la mattina alla una e mezza si lasciava la prima linea e si scendeva al cantiere di Monfalcone. Grande stabilimento tutto massacrato, abbattuto dalle granate».La pausa dura una settimana, ma giova agli austriaci: «3 settembre. Ieri notte da quota 89 siamo venuti nuovamente a quota 12, linea di partenza del giorno 19 agosto... 4 settembre: questa notte ho dormito tre o 4 ore qui per terra, dopo due giorni avevo il piacere di sdraiarmi un po’ poiché non ne potevo più dal sono. Oramai sono già 19 giorni di combattimento sbalottato sic a destra e a sinistra, proprio non so come vivo. Anche questa notte una granata scoppiata proprio sul baracchino dei miei portaordini ne ha uccisi 3 e uno gravemente ferito. Io sempre vivo». Quando il 7 settembre smonta dalla prima linea e si ritira a San Canziano d’Isonzo, il 142° ha avuto 101 morti e 784 feriti: per nulla, perché le posizioni non sono cambiate neppure d’un metro. Per sua fortuna la «Catanzaro» non tornerà più sul Carso, dov’era finita per punizione: «Finalmente – annota Quattri il 6 ottobre – dopo tanti sospiri e tanti sacrifici dolorosi ho lasciato il Carso, questi sassi nudi e spellachiati (sic) ove non nasce un filo d’erba e dove le granate non hanno pietà». Il mese seguente la brigata viene infatti trasferita sull’altopiano di Asiago, scampando dunque alla parte più calda dell’avanzata austriaca di Caporetto, a fine ottobre. Quattri, divenuto sergente, non se la caverà poi male: «Povera mia gioventù. Ora sto bene e sto meglio poiché in verità stetti molto peggio proprio, già più d’una volta vidi la morte, tutta la mia speranza sentivo fuggire mentre ora spero ancora, ancora penso e scrivo, vivo come vivo ma campo e attendo». In effetti per la pace ci sarà un anno da aspettare, per il congedo ancora di più: nel novembre 1918 Quattri – con una medaglia d’argento sull’uniforme – sarà fra le truppe che occupano Trieste tornata italiana. Ma la vittoria non migliora di molto la situazione: «Non credevo proprio che anche a Trieste si potesse stare tanto male, dopo tante lotte e patimenti per conquistarla. Sì, ho giocata la vita, più di una volta ho arrischiata la vita, e ho sofferto per raggiungere coi miei compagni il sogno d’Italia. Ora non dico di patire la fame ma poco manca».D’annunzio assolse i rivoltosi«16 luglio rivolta in massa del reggimento. Feriti, morti, fucilati...». Ci sono solo queste due righe, scritte di sbieco nel diario di Costante Quattri, a ricordare uno dei peggiori episodi della Grande Guerra, capitato proprio alla «Catanzaro»: la decimazione della Brigata, ammutinatasi per non tornare al fronte. Ben 28 fanti furono fucilati in quel luglio 1917, 16 dei quali erano del 142° come Quattri (tre invece gli ufficiali e 4 i carabinieri uccisi dai rivoltosi): per il nostro esercito fu l’insubordinazione più grave dell’intero conflitto. E interessò anche Gabriele D’Annunzio: il Vate infatti era acquartierato lì vicino, nel paesino friulano di Santa Maria La Longa, e pare anzi che i ribelli volessero dirigersi alla villa in cui viveva, forse per coinvolgerlo nella protesta o forse per sfogare la rabbia su di lui, che era stato uno dei più influenti interventisti. D’Annunzio volle poi presenziare all’esecuzione e lasciò una pagina in cui espresse comprensione: «Dissanguata dai troppi combattimenti, consunta in troppe trincee, stremata di forze, costretta a ritornare nella linea del fuoco, già sovversa dai sobillatori l’eroica Brigata Catanzaro una notte si ammutinò… I fucilieri del drappello allineati attendevano il comando, tenendo gli occhi bassi, fissando i piedi degli infelici, fissando le grosse scarpe deformi che s´appigliavano al terreno come radici maestre… I morituri mi guardavano... Non voglio sapere se siete innocenti, se siete colpevoli. So che foste prodi, che foste costanti».