Agorà

LOUIS BILLOT. Il cardinale del gran rifiuto

Filippo Rizzi giovedì 15 dicembre 2011
​«Ritiratosi a Galloro, il venerato padre Billot visse appartato da ogni affare, solo attendendo alla preghiera e allo studio, dando ai confratelli mirabili esempi di umiltà e di obbedienza religiosa». Questo fu il laconico e stringato commento uscito nel gennaio 1932 su La Civiltà Cattolica per la morte – avvenuta esattamente 80 anni fa, il 18 dicembre 1931 – di padre Louis Billot: gesuita, eminente teologo neotomista, ma soprattutto noto ai più per essere stato cardinale e avere poi rinunciato alla porpora. Il fatto – rarissimo nella storia della Chiesa – avvenne il 14 settembre 1927 e fece scalpore; una settimana dopo il quotidiano Il Popolo d’Italia lo descrisse con vivezza simbolica: il cardinale che aveva posto in San Pietro la tiara sul capo del neo-eletto pontefice Pio XI il 12 febbraio 1922 (era stato proprio Louis Billot a farlo) rimetteva ora nelle mani dello stesso Pontefice la porpora e il cappello, tornando allo stato di semplice religioso. E ciò piuttosto che ritrattare la sua manifesta simpatia per l’Action Française di Charles Maurras, condannata nel 1926 dall’allora regnante Pio XI. Ma Louis Billot non merita di essere ricordato solo per questo gesto: a 80 anni dalla scomparsa, rimane invece viva l’attualità di uno studioso che venne ritenuto una stella polare per la raffinatezza di ricerca nel campo della teologia dogmatica e nella scolastica fino al Vaticano II; non a caso famosi suoi trattati come il De Verbo Incarnato, il De gratia Christi o il De Ecclesia Christi sono divenuti dei classici. Discepoli della sua scuola sono stati importanti teologi del Novecento come Pietro Parente, Carlo Figini o l’indimenticato Jules Lebreton; i suoi studi sulla disciplina dei sacramenti sono stati un punto di riferimento per grandi teologi del post-Concilio come Karl Rahner ed Edward Schillebeeckx, come documenta il recente saggio di Giancarlo Vergano La forza della grazia. La teoria della causalità sacramentale di L. Billot (Cittadella). Studioso di razza che riportò nelle cattedre degli atenei pontifici romani l’attualità del pensiero di san Tommaso d’Aquino, per espresso desiderio di Leone XIII Billot era stato chiamato alla cattedra di dogmatica alla Gregoriana (1885); ma l’influenza teologica del gesuita francese, originario di Metz, s’imporrà soprattutto durante il pontificato di Pio X: non è un caso che il figlio di sant’Ignazio sarà uno degli estensori dell’enciclica Pascendi che condannava il modernismo; uno dei meriti per il quale Papa Sarto lo creerà cardinale nel 1911. Come dunque un teologo così benvoluto alla Sede apostolica giunse al gesto tanto clamoroso della rinuncia alla porpora? A rivelare oggi la vera dinamica del caso Billot è una ricerca condotta nel 2009 dal prefetto dell’Archivio segreto vaticano, il vescovo barnabita Sergio Pagano, ora pubblicata nei Collectanea archivi vaticani 68 – Il Papato Contemporaneo (Libreria editrice vaticana); indagine resa possibile grazie alla desecretazione dei documenti dello stesso Archivio sul papato di Achille Ratti (1922-1939). La ricerca permette di mettere in luce l’imbarazzo che si era creato nell’episcopato francese – in particolare nel cardinale di Bordeaux Paul Andrieu – per gli attestati di stima (tra cui un biglietto indirizzato al giornalista Léon Daudet) rilasciati dal cardinal Billot ad alcuni membri dell’Action Française, il movimento politico che puntava a un ritorno della monarchia in Francia. All’origine dello scontro vi fu soprattutto la «mal sopportazione», divenuta poi «irritazione», di Pio XI per un cardinale di Curia che, con le sue dichiarazioni, faceva da controcanto alla posizione ufficiale della Santa Sede, contraria a uno scontro con la Francia repubblicana di quel tempo. Attorno all’affaire Billot si svolse sotterraneamente una vera trattativa diplomatica, fatta di carteggi e mediazioni e condotta nel «segreto più assoluto», che ebbe come attori il segretario di Stato cardinale Pietro Gasparri, il preposito generale della Compagnia di Gesù Vlodimiro Ledóchovsky e il nunzio Francesco Borgoncini Duca. Ma non bastò. A testimonianza del clima di tensione che s’era addensato in Vaticano, – come ben documenta la ricerca di Pagano – restano le parole del cardinale all’atto delle sue dimissioni («La passion est plus forte que moi») e l’estremo tentativo, per molti versi ingenuo, da parte di Billot di ritirarsi in una casa gesuitica in Francia per continuare così la vicinanza con l’Action. «L’accorto superiore Ledóchovsky – scrive Pagano –, sapendo che il Papa mai vi avrebbe acconsentito, indirizzò la scelta verso la quieta e appartata casa di Galloro», presso Ariccia (Rm). Per fugare ogni diceria e «così tagliar corto alle leggende» attorno alla sua uscita dal Sacro collegio, sarà lo stesso Billot a vergare di suo pugno, il 2 marzo 1928, una lettera chiarificatrice all’allora direttore di Etudes Henri du Passage, dove spiegherà il senso della scelta di ritornare un semplice gesuita e così prepararsi «alla buona morte». E la scelta del «chiostro» all’insegna della più rigida povertà religiosa fu veramente sincera, ma anche coerente con il carattere di Billot, come conferma Ledóchovski in una lettera a Pio XI: «Vostra Santità si degni di pregare pel povero padre che evidentemente, come potei di nuovo confermare in questi giorni, ha certe idee fisse, delle quali non può liberarsi». Al di là delle affermazioni ufficiali, riportate allora da La Civiltà Cattolica e L’Osservatore romano, in cui il papa lamentava come «perdita non lieve» la rinuncia alla porpora del gesuita di Metz, la stampa internazionale del tempo (salvo eccezioni), interpretò la figura di Billot come una «vittima sacrificale» del sistema curiale romano. Ma la verità storica di quei fatti fu molto più complessa, secondo monsignor Pagano: «Gli eventi finali del singolare movimento dell’Action Française avrebbero comunque dato ragione alla lungimiranza di Pio XI che nell’affaire Billot, tutto considerato, usò "insigne benevolenza" pazientando fino al tollerabile che l’irrefrenabile porporato francese, sotto le sue finestre, facesse continue conventicole di sostenitori del movimento reazionario, al quale rivendicava continuamente la libertà di azione in ambito politico. Passata la misura, per il decoro della Santa Sede e per la pacificazione del clero francese, l’unica soluzione era costituita dalle sue dimissioni». Un gesto romantico che ottant’anni dopo rimane ancora emblematicamente forte e, insieme alla raffinatezza e acutezza teologica del protagonista, è stato oggetto d’ammirazione e di stima bipartisan da parte di «insospettabili» come il cardinale Giacomo Biffi e il senatore Francesco Cossiga, ma anche del gesuita e cardinale Carlo Maria Martini; il quale proprio a Galloro ha consultato parte della documentazione inedita sulla vita del confratello francese.