Agorà

Intervista a Ahmed Rashid. Caos Asia, quale geopolitica?

Chiara Zappa martedì 5 maggio 2009
Se vuole vincere la propria lotta contro il terrorismo e l’instabilità globale, la comunità internazionale non deve concentrarsi sull’Iraq, né su qualcuno dei 'Paesi canaglia' della vecchia lista dell’ex presidente americano Bush, ma deve «convincere l’opinione pubblica degli Stati centro­asiatici che quella contro l’estremismo non è solo la lotta degli Stati Uniti ma deve essere la lotta dell’intera società moderata». Parla a ragion veduta Ahmed Rashid, e non solo perché il Pakistan è casa sua, ma soprattutto perché sono ormai oltre trent’anni che questo autorevole giornalista segue ­come reporter sul campo e come consulente nelle stanze dei bottoni più importanti del pianeta - le complesse dinamiche dell’Asia centrale. Non sempre, purtroppo, ascoltato da chi in questi decenni ha mosso le pedine del «grande gioco» nella regione, commettendo - sostiene oggi Rashid - «errori gravissimi». Proprio la sua lucida analisi, offerta ai lettori ancora una volta nell’ultimo libro Caos Asia (Feltrinelli), è valsa al giornalista il Premio Terzani 2009, che gli sarà consegnato sabato a Udine nel corso della manifestazione 'Vicino/lontano. Identità e differenze al tempo dei conflitti'. L’opinione pubblica occidentale ha cominciato a sentir parlare della minaccia del terrorismo islamico dopo l’11 settembre 2001: perché era già troppo tardi? «Sappiamo che il revival dell’islam militante non è affatto un fenomeno di questi anni ma è da mettere in relazione con una varietà di eventi succedutisi negli scorsi decenni: la rivoluzione iraniana, la questione palestinese, la repressione da parte dei regimi in Medio Oriente e in altre regioni, dove la mancanza di sviluppo e l’assenza di democrazia hanno reso le popolazioni locali ostili ai propri governi. E, soprattutto, la guerra contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, che fece affluire nella regione musulmani militanti di decine di Paesi: proprio questa interazione ha creato le radici per al-Qaeda, Bin Laden, l’ascesa dei talebani e tutto ciò che è venuto dopo». Tra cui l’11 settembre. Proprio dopo l’attacco alle Torri gemelle ­sostiene lei - entrano in gioco nuove responsabilità degli Stati Uniti e della comunità internazionale… «Dopo l’11 settembre, l’errore più grande dell’amministrazione Bush è stata la mancanza di un impegno reale volto alla stabilizzazione dell’Afghanistan e dell’intera area. Con la scelta di concentrarsi sulla guerra in Iraq, gli americani hanno permesso ai talebani di rivitalizzarsi e di arrivare ad avere un ruolo modello nella regione: così, a fianco dei talebani afghani oggi abbiamo talebani pachistani e talebani dell’Asia centrale, e una militanza che si ispira ad essi anche in India». Perché i fondamentalisti godono di tanto successo? «Se analizziamo gli Stati dell’Asia centrale, a cominciare da Afghanistan e Pakistan, individuiamo molti elementi comuni: una popolazione giovanissima, una crescente disoccupazione, una diffusa mancanza di istruzione, una povertà acuta. In questo contesto, la guerra contro gli Usa in Afghanistan ha unito fazioni e popoli diversi in ciò che potremmo definire un nuovo 'jihad', che non solo punta a cacciare gli americani dalla regione ma ha anche singole agende nazionali legate al rovesciamento dei governi locali». È anche il caso del suo Paese? «In Pakistan, al collasso della leadership si è aggiunta un’acuta crisi economica e finanziaria, e tutto questo ha permesso ai fondamentalisti di riempire il vuoto: qui i talebani rappresentano anche un movimento sociale nella misura in cui, attraverso la shari’a, hanno anche attaccato i grandi latifondisti e hanno ridistribuito la terra. Per questo essi rappresentano una minaccia così seria, perché mettono in pericolo le fondamenta stesse dello Stato». Il nuovo presidente Usa sembra voler tornare a concentrarsi su questa regione: lei è speranzoso? «È vero, Obama appare molto attento alle dinamiche dell’Asia centrale, e penso che in Afghanistan stia andando nella direzione giusta, cominciando ad aumentare gli sforzi volti anche alla ricostruzione dello Stato. Tuttavia, io sono convinto che la questione fondamentale oggi sia quella pachistana, dove purtroppo le opzioni americane sono limitate. In questo Paese di centosettanta milioni di abitanti, gli Usa possono aumentare gli stanziamenti per sostenere l’economia e per aiutare l’esercito a combattere l’estremismo, ma non possono prescindere dall’impegno locale, a livello di volontà politica e di opinione pubblica». Che cosa significa? «Se in Afghanistan il popolo appare più unito contro i talebani, qui fino ad oggi le élite locali così come i cittadini comuni non hanno dimostrato di avere preso seriamente in considerazione la minaccia del fondamentalismo. Il precipitare degli eventi nelle ultime settimane, tuttavia, ha finalmente aperto gli occhi al mio popolo e per la prima volta mi sembra stia portando un cambiamento e una maggiore unità tra la gente». Nell’azione per contrastare la discesa verso il "Caos Asia" c’è spazio anche per l’Iran? «Penso che l’Iran rivesta un ruolo critico nella stabilizzazione della regione. L’amministrazione Bush aveva estromesso Teheran da questo processo, mentre è essenziale includere questo Paese sciita che non solo è interessato a bloccare la crescita del radicalismo sunnita, ma, attraverso il progetto di gasdotto via Pakistan e Afghanistan fino all’India, potrebbe rappresentare una forte spinta per le economie di questi Paesi».