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Sanremo. Il Cantico dei Cantici, Benigni e quel cedimento al «poeticamente corretto»

Lucia Bellaspiga, inviata a Sanremo venerdì 7 febbraio 2020
La telefonata di Roberto Benigni arriva al cellulare di Amadeus in piena conferenza stampa, proprio mentre si sta parlando di lui. «È stato bellissimo averti vicino, sei tu che ispiri poesia, sei il più grande conduttore», esordisce rivolto al direttore artistico del Festival. «Io non ho dormito: ma ci rendiamo conto? Il Cantico dei Cantici a Sanremo! Ma è pazzesco, abbiamo osato la cosa più difficile, di impressionantebellezza, e la più scandalosa. Sanremo può fare anche questo, reggere il Cantico dei Cantici». A dispetto della reazione tiepida registrata in sala all’Ariston, i dati sciorinati dal direttore di Rai 1 Stefano Coletta gli danno ragione: non solo questo è «il Festival dei record»con un ulteriore rialzo di ascolti nella terza serata (share al 54.5%, solo nel 1997 fu più alto), ma è proprio nel momento in cui Benigni declamava il libro biblico che la percentuale ha sfiorato il 60%. «Nessuno può dire che non abbiamo osato», commenta felice Benigni.


È la legge degli ascolti: ha puntato sulla sorpresa e ha ottenuto. Che il Cantico dei Cantici sia il libro erotico delle Sacre Scritture è cosa nota, dove eros significa amore fisico, quello che sublima l’unione tra i due spiriti di un uomo e di una donna, che attraverso i cinque sensi fonde in una le loro due anime. Ma Benigni, da “animale da palcoscenico” qual è, prima di declamare il testo ha avvertito più e più volte, con una introduzione più lunga della pièce, che proprio di amore fisico si tratta, ha preannunciato un testo ricco di erotismo fin nei minimi dettagli, che parlerà «di sapori e di odori». Per far questo, ha spiegato, si affiderà a una versione del Cantico «che non avete mai sentito perché è anteriore a tutte le revisioni e alle censure». È un’operazione di sicuro successo e insieme a rischio, ma Benigni sa come prevenire: «Non è facile trovare un testo che vada bene a tutti, mi sono fatto aiutare dai grandi studiosi come Ceronetti, Angelini e Ravasi. Questo è il testo primitivo, dopo sono stati attenuati tutti i termini erotici». L’attesa è creata. «Inizia con i baci, poi descrive il corpo di lei, poi lei fa un sogno erotico, si lanciano in un inno all’amore che non dimenticherete, che sale sempre di tono… Una cosa indimenticabile».

Di vero amore, ha provocato Benigni, «se ne fa troppo poco», persino tra i giovani che «parlano parlano» ma solo di sesso e trasgressione, mentre «l’amore è continua conquista». Soprattutto è atto creativo: «Noi siamo al mondo, ma ve ne rendete conto?», ha esclamato, celebrando così la meraviglia di questo evento irripetibile che siamo noi, «uno scherzo glorioso» dovuto al fatto che nostra madre e nostro padre si sono amati. Dopo la Divina Commedia il Cantico dei Cantici, dunque, e proprio nella serata dedicata ai duetti, cioè alle coppie. Un’idea da fuoriclasse e da uomo fuori dal coro.

Se nel coro non ci fosse rientrato subito dopo quell’inno alla vita, con una forzatura a lui non necessaria, un atto dovuto di cui un Benigni non avrebbe bisogno: «Il Cantico è la canzone d’amore più antica del mondo tra un uomo e una donna», sì, ma «comprende ogni tipo di amore, anche tra donna e donna, tra uomo e uomo, l’amore per tutto». Si è presentato come l’esegeta attento che ha recuperato la versione filologica rispettosa dell’originale – ed è vero – ma per un solo attimo, fatale, ne travisa totalmente il senso. «Non è facile accontentare tutti», lo aveva detto lui stesso, eppure ha cercato di farlo, a costo di piegare l’ode più antica della dualità donna/uomo a ciò che proprio non voleva significare (anche se oggi Coletta, forte degli ascolti, tagliava corto: «Il Cantico è stato letto da tanti nomi illustri come la condensazione dell’amore tra un uomo e una donna, Benigni ha traslato questa possibilità amorosa parlando anche di amori tra uomo e uomo, donna e donna: nell’opera di un genio non è rintracciabile alcuna irriverenza ma un grande rispetto»).

«Spero che rimaniate travolti dall’incanto», ha detto Benigni iniziando finalmente la lettura, e così poi è stato. «I baci della tua bocca sono il tuo amore che mi morde più del vino, fragranza soavissima è il tuo odore e il tuo nome è desiderio… La sua mano sinistra è sotto la mia testa, con la destra mi stringi nell’amplesso». Poesia pura (che questa mattina lo stesso cardinale Gianfranco Ravasi ha twittato, anche
nell’originale ebraico), tant’è che 40 minuti di testo biblico hanno tenuto incollati al video milioni di persone nel cuore di un Festival della canzone, in tarda notte. Un’operazione praticamente perfetta. Se non fosse per quella tentazione in cui è caduto anche uno spirito ribelle come Benigni: pagare il pegno al politicamente corretto.