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Letteratura. Albert Camus, un battitore libero alla ricerca dell'essenziale

Massimo Onofri martedì 11 dicembre 2018

Albert Camus

Ritornano ora tutti insieme in libreria per l’editore Bompiani, con elegantissime copertine d’un bianco metafisico e abbacinante, ben 8 libri dello scrittore in rivolta per eccellenza, e cioè Albert Camus. Tutti imprescindibili, e per le più diverse ragioni.

Utilissimo senza dubbio Tutto il teatro, con l’introduzione d’un benemerito come Guido Davico Bonino, cui s’aggiunge Caligola, forse la sua opera teatrale più famosa, riproposta anche in un volume a sé nella versione finale del 1958. Per la narrativa, nella nuova traduzione di Yasmina Melaouah, arriva L’esilio e il regno (1957), l’ultimo libro che lo scrittore pubblicò prima di morire nel 1960 in un incidente stradale, cui s’affianca anche il suo primo e incompiuto romanzo, La morte felice, scritto tra il 1936 e il 1938.

Sul versante saggistico ecco invece, ancora per la mediazione di Yasmina Melaouah, gli scritti giovanili di Il diritto e il rovescio (1937), nonché il pamphlet Riflessioni sulla pena di morte (1957). Interessantissimi, da ultimo, Questa lotta vi riguarda, le 165 corrispondenze per la rivista 'Combat', di cui Camus fu caporedattore tra il 1944 e il 1947, per l’ottima curatela di Jacqueline Lévi-Valensi con una foltissima introduzione di Paolo Flores D’Arcais, e, soprattutto, i Taccuini (redatti tra il maggio 1935 e il dicembre 1959), in cui spicca, tra l’altro, la bella prefazione di Roger Grenier, ovvero il brogliaccio di note e considerazioni che rappresenta probabilmente il miglior modo per entrare nel segreto del suo laboratorio.

Ho detto i Taccuini: dove ci si potrà imbattere, oltre che nelle implicite e continue dichiarazioni di poetica - e ben al di là dei frammenti sparsi di un’autobiografia non programmata e dissimulata - anche nella materia ancora grezza del suo lavoro creativo e in moltissimi appunti, della più diversa e sorprendente natura, dalle frasi celebri di Napoleone - vera ossessione di quasi tutti i francesi - alla battuta d’un 'tassista nero', che si rivela «di una cortesia insolita nella Parigi del 1950», fino magari all’inaspettata notazione meteorologica o paesaggistica, senza dire, poi, della costante disposizione aforistica che li intrama.

Qualche citazione, a questo punto, potrà giovare al lettore, a rendere migliore testimonianza d’uno spartito assai più complesso di quello che consegna Camus all’unica chiave musicale d’un ateismo irriducibile, tutta obbligata dalle note d’una fin troppo celebre filosofia dell’assurdo, che lo rivelò al mondo in quel romanzo straordinario, d’accecante luce meridiana, che è Lo straniero (1942). Un ateismo radicale e conseguente, certo, perfettamente traducibile in quella battuta del Joseph Conrad di Cuore di tenebra (1899) «Si vive come si sogna: perfettamente soli», ma lontanissimo da quello ancora illusivo, ideologico e, in fondo, consolatorio, dell’inizialmente sodale e poi antagonista Jean-Paul Sartre, il quale operò sempre per l’avvento d’una società comunista, che avrebbe emancipato per sempre l’uomo dalla diseguaglianza.

Ma veniamo alle citazioni. Ecco: «Sono pronto a morire per lei dice P. Ma non mi chieda di vivere». Dove è evidente quella disposizione al paradosso con cui travestì la sua angoscia, anche e forse soprattutto, nei romanzi. Oppure: «Considerare l’eroismo e il coraggio valori secondari, dopo aver dato prova di coraggio». Che è il segno di quell’araldica dell’onore, aristocratica e drasticamente individualista, che lo avrebbe sempre distinto dalla retorica del comunismo sartriano. E ancora, contro una certa ipocrisia dei gruppi dirigenti marxisti: «Vogliono il bene del popolo, ma non amano il popolo. Non amano nessuno, neppure se stessi». E poi, nell’orgogliosa irriducibilità di individuo in carne e ossa, a demistificare le glorie del dongiovannismo: «Quelli che amano tutte le donne sono avviati verso l’astrazione. Nonostante le apparenze, vanno di là da questo mondo».

Per non parlare di quell’euforia dionisiaca (il rovescio della sua disperazione) che gli aveva fatto preferire di gran lunga Nietzsche, quello della Gaia scienza che teneva sempre in borsa, a Marx: «L’amore fisico è sempre stato legato per me a un sentimento irresistibile di innocenza e di gioia. Non so amare nelle lacrime, solo nell’esaltazione». E che dire di quella mistica del Mediterraneo, germinata nell’Africa una volta francese in cui era nato? Ecco: «Mattino di gloria sul porto di Algeri. Il paesaggio, blu oltremare, viola i vetri e si diffonde in ogni angolo della stanza».

Una mistica che si riduceva, in ultima istanza, a effimero ottimismo biologico, e che non lo risparmiò da una disillusione precoce e irredimibile: «A trent’anni, quasi dall’oggi al domani, ho conosciuto la fama. Non mi dispiace. Più tardi avrebbe potuto ispirarmi dei brutti sogni. Ma adesso so cos’è. Poca cosa». Per capire su che rigore e moralità poggiasse il suo anticonformismo di uomo solo, e così comprendere bene cosa significasse quella sua libertà nella Francia e nell’Europa delle feroci contrapposizioni ideologiche e dell’odio politico, basterebbe indugiare su qualche considerazione che si può ricavare da una lettera al poeta Francis Ponge del 30 agosto 1943, emersa dagli archivi esattamente 5 anni fa, in occasione del centenario della sua nascita, proprio là dove parla dei suoi rapporti con gli amici cattolici: «Ho amici cattolici, e provo simpatia per coloro che lo sono davvero». E più avanti: «Sento che, in fondo, ci interessiamo alle stesse cose. Dal loro punto di vista, la soluzione è evidente. Non lo è per me». Per arrivare a una conclusione così: «Ma quel che ci interessa, a loro come a me, è l’essenziale». Senza mai mettere in discussione, però, la sua scelta di campo, nonostante l’assoluta mancanza di faziosità: «Non sono così vecchio per pensare che la mia posizione sia definitiva. È così che i miei amici cattolici pensano che mi avvicino a loro. In verità, è da qui che mi allontano».