Agorà

INTERVISTA. Camus e Kafka ad Algeri

Daniela Pizzagalli martedì 15 ottobre 2013
È un libro pieno di sorprese il nuovo romanzo di Jean-Michel Guenassia, La vita sognata di Ernesto G. (Salani, pagine 512, euro 16,90), a partire dal titolo, che sembra elevare Che Guevara  al ruolo di protagonista mentre, usando un termine cinematografico, potremmo dire: "con la partecipazione straordinaria di Che Guevara nel ruolo di icona dell’utopia rivoluzionaria del XX secolo".Ci racconta l’autore: «Volevo scrivere un romanzo che attraverso la vita di un centenario, nato nel 1910 e oggi nostro contemporaneo, passasse in rassegna le ambizioni, le speranze, le delusioni e i fallimenti del XX secolo». Guenassia è venuto a presentare il libro in Italia, dove aveva già ricevuto entusiastiche accoglienze con il suo primo romanzo, Il club degli inguaribili ottimisti, pluripremiato in tutto il mondo e vincitore del premio Goncourt.«Avevo già in mente due punti fermi: l’utopia fallita del comunismo, già al centro del romanzo precedente, e l’utopia realizzata del femminismo, forse l’unica rivoluzione riuscita del XX secolo».E come si è inserita la figura del Che?«Durante le mie ricerche mi sono imbattuto in un articolo che citava un vero mistero nella vita di Guevara: nel 1966, dopo la catastrofe della sua avventura africana, gravemente ammalato di malaria e dissenteria, passò quattro mesi a Praga, non si sa perché. In seguito tornò a Cuba dove lo spinsero all’ultima insensata spedizione in Bolivia, praticamente un suicidio annunciato. Ecco, io mi sono inventato una spiegazione per quei quattro mesi in Cecoslovacchia: i russi volevano farlo guarire per poi mandarlo a immolarsi e farlo diventare l’eroe leggendario che sarebbe servito alla causa della rivoluzione più da morto che da vivo. Avevo quindi bisogno di un medico cecoslovacco esperto in malattie tropicali: ecco trovato il mio protagonista, Joseph Kaplan, che diventa per Che Guevara un amico e un modello, tanto da fargli desiderare di abbandonare la violenza della rivoluzione per dedicarsi, utilizzando la sua laurea in medicina, a curare i poveri. Così si chiarisce il significato del titolo: la vita di Joseph Kaplan è quella che Che Guevara sognava di imitare, se glielo avessero lasciato fare».Per diventare esperto di malattie tropicali, Joseph Kaplan nel 1938 va a lavorare all’Istituto Pasteur di Algeri: dato che lei è nato ad Algeri, si tratta anche di un omaggio alla sua terra natale?«Non ho conservato un legame particolare con l’Algeria, una terra che nonostante tutte le sue risorse ha sprecato le possibilità d’incidere nella storia. Ad esempio, si è sottratta al vento della Primavera araba, perché il regime autoritario ha tenuto buono il popolo dimezzando il prezzo dei beni di consumo, nonostante non ci sia lavoro perché non ci sono investimenti. Potrebbe essere un Paese emergente, invece sopravvive tra le quinte della Storia. Ho utilizzato Algeri perché volevo un palcoscenico solare e mediterraneo per la prima parte del romanzo, in cui campeggia la protagonista femminile di cui Joseph s’innamora, l’attrice Christine, femminista e pacifista "dura e pura" che porta avanti coraggiosamente le sue rivendicazioni. Anche qui le mie ricerche mi hanno consentito di raccontare particolari realistici: ad esempio, davvero le attrici della compagnia radiofonica di Algeri scioperarono pretendendo lo stesso emolumento degli attori maschi». Il regista della compagnia di Christine è un certo Mathé che, non a caso, era il nome di battaglia di Albert Camus…«Infatti si tratta proprio di Camus, ho dovuto cambiargli nome perché interagisce con i personaggi inventati di Joseph e Christine, ma tutti gli spettacoli che gli attribuisco sono i veri lavori di Camus, e alcune delle frasi che pronuncia sono tratte dal suo romanzo La peste».A proposito di riferimenti letterari, il nome di Joseph K. è quello del protagonista del "Processo" di Kafka.«Sì, perché Joseph, tornato dopo la guerra a Praga, vive l’angosciosa esperienza del protagonista kafkiano, processato e imprigionato nel perverso meccanismo comunista. Dopo una prima parte ad Algeri la Bianca, la seconda parte si svolge nella cupa Praga comunista, dove Joseph vede infrangersi i suoi sogni di una società più giusta. Si voterà a una sorta di esilio interiore, mentre Christine fugge a Parigi in cerca di libertà».In entrambi i suoi romanzi, Parigi è la capitale di chi sogna la democrazia e la libertà, ma lei che cosa pensa dell’attuale successo elettorale di Marine Le Pen?«Con il sistema elettorale francese, che è maggioritario e non proporzionale, non c’è un gran pericolo. La destra guadagna consensi facendo leva su temi come la sicurezza e il nazionalismo, che fanno presa su chi ha paura di una società multietnica. Ma secondo me il successo di Marine Le Pen significa soprattutto che non ci sono attualmente personalità convincenti, un po’ come succede in Italia, per cui i voti di protesta non sono tanto a favore degli estremisti, piuttosto esprimono una generica insoddisfazione dell’elettorato, che non sa per chi votare».