Agorà

Inchiesta. Campioni sempre, l'età non conta

Lorenzo Longhi martedì 16 aprile 2019

A sinistra, Fabio Quagliarella (Sampdoria), 36 anni, attuale capocannoniere della Serie A

Le braccia al cielo, nella mano sinistra la mazza e in quella destra, ben stretta, la pallina dell’ultimo colpo, appena raccolta dalla buca. Gli occhi chiusi, la bocca spalancata in un grido che sembra quasi un sorriso; dietro, un centinaio di persone in piedi a tributargli gli onori che si devono all’eroe redento. Un’esplosione di gioia durata pochi centesimi di secondo eppure lunga una vita: la catarsi di Tiger Woods si è materializzata domenica ad Augusta, appena conquistato il suo quinto Masters, in quello scatto estatico regalato a imperitura memoria a cameraman e fotografi e, per loro tramite, al mondo intero. A 43 anni, Woods è l’artefice di un ritorno al successo già entrato nella leggenda: l’ultimo major lo aveva vinto nel 2008 e la giacca verde indossata ad Augusta arriva qualcosa come 22 anni dopo il primo grande trionfo, quando era ancora un ragazzino con qualche capello in più e un viso meno segnato da una vicenda personale in cui non sono mancati gli scandali. Ma il sorriso no, non è cambiato: è sempre lo stesso di allora, ed è per questo forse che l’epica di Tiger ha qualcosa di letterario, inserendosi nel solco dei percorsi di redenzione. Quella, però, di un campione vero, di un campione eterno, che non ha mai smarrito i colpi che gli sono valsi la qualifica di miglior golfista dell’era moderna. Rieccolo, in una domenica che ai veterani ha regalato diversi momenti di gloria.

E allora dai green statunitensi al pavé di Francia è un attimo, e a premiare la fatica di un asso del pedale è la Parigi-Roubaix: anche lì braccia alzate e un grido, quello di Philippe Gilbert, 37 anni il prossimo 5 luglio, trionfatore nella sua quarta classica monumento. Quattro di cinque: il Giro di Lombardia (vinto due volte) e la Liegi-Bastogne-Liegi li conquistò fra il 2009 e il 2011, salvo poi battere tutti da ultratrentenne nel Fiandre (2017) e appunto domenica a Roubaix, per una carriera da sempreverde nella quale i successi non si contano e, se si pesano, si mostrano in tutta la loro portata.

Carriere di ordinaria straordinarietà, quelle dei campioni per sempre, e nell’appuntamento itinerante che i fenomeni si sono dati domenica in giro per il mondo si torna negli Usa, dove il più anziano della compagnia non ha vinto, ma ha incantato, certificando ancora una volta di non essere in pista per il giro d’onore. Perché quella di Valentino Rossi, 40 anni e spiccioli, non è la storia di un lungo e malinconico addio, ma quella di un meraviglioso agonista che il sogno del decimo titolo continua a coltivarlo. E in Texas, nel gran premio di Austin, si è ritrovato ad un certo punto in testa, dopo che la Honda aveva disarcionato Marc Màrquez, e ha ragionato come quando era adolescente e metteva in riga tutti gli altri: «Sì, quando mi hanno informato della sua caduta mi sono emozionato. Mi sono detto: Vale, puoi farcela». Non ce l’ha fatta, ha chiuso al se- condo posto perché, semplicemente, c’era una Suzuki - quella di Rins - che andava più veloce della sua Yamaha, ma in fondo: importa davvero? In termini di classifica sì - avesse vinto, oggi sarebbe in testa al Mondiale - ma è la stessa classifica, oggi, a dire che il Dottore è uno dei legittimi pretendenti al titolo, e tale sarà sino alla fine se il favorito d’obbligo, quel Màrquez che pure ha la moto più forte, vivrà altre giornate come quella texana.

E che dire del 34enne Lewis Hamilton, cinque titoli mondiali (di cui il primo vinto oltre dieci anni fa, nel 2008) che trionfando domenica anche in Cina è già prepotentemente leader del campionato 2019? Si dice che l’età non conta, ma al contrario per i più forti l’anagrafe non più verde è forse il vero segreto. Non si è più quelli di un tempo, ma essere diversi non significa essere meno competitivi, tutt’altro, e la forza dei migliori risiede nel sapersi adattare al cambiamento riuscendo così a giovarsi, oltre che di staff di assoluto livello (tecnici, nutrizionisti, preparatori, psicologi, specialisti del recupero), anche dell’esperienza, un tesoro inestimabile. Ecco perché certi casi non sono poi così rari, nello sport odierno. Il tennis ci racconta di un Roger Federer - 38 anni ad agosto, vincitore ancora nel 2018 degli Australian Open - e di una Serena Williams - anch’ella classe 1981, pluridecorata e rientrata nella top 10 dopo essere diventata mamma - che non hanno smesso di dettare legge al cospetto di giovanotti cresciuti nel loro mito. E per un Tom Brady che a gennaio, a 41 anni, ha giocato il suo nono Super Bowl (vincendolo, per la sesta volta) con i New England Patriot, sembra quasi un’adolescente Federica Pellegrini che nel 2017 (a 29 anni, che per il nuoto sono parecchi), dopo una messe di medaglie in una carriera formidabile, era tornata a vincere l’oro mondiale nei 200 stile, cosa che non le capitava dal 2011. A proposito: chi è oggi il capocannoniere della Serie A? Fabio Quagliarella, 36 anni, salito a quota 22 reti (record in carriera) grazie al gol su rigore domenica nel derby fra la sua Sampdoria e il Genoa. Uno che è tornato recentemente a giocare una partita in Nazionale a quasi nove anni dall’ultima apparizione, diventandone il marcatore più anziano di sempre. Perché essere campioni per sempre, spesso, fa rima con un’altra parola: record.