Agorà

Il caso. Cala il sipario sull'opera d'Italia?

Giuseppe Pennisi mercoledì 26 febbraio 2014
Alla vigilia della prima più importante Manon Lescaut diretta da Riccardo Muti, con il debutto di Anna Netrebko nella capitale, il Teatro dell’Opera di Roma va verso la chiusura e forse la “liquidazione coatta”. Hanno subito di recente un fato analogo due importanti teatri americani: la New York City Opera e il Lyric di Baltimora (che ha poi riaperto con produzioni a basso costo itineranti in tutta la costa orientale Usa). In Italia, hanno calato il sipario il Massimo Bellini di Catania e il Vittorio Emanuele di Messina. A fine Ottocento, il San Carlo di Napoli è stato chiuso per tre anni. Alla fine degli anni Sessanta, Rudolf Bing, direttore del Metropolitan, chiuse per due stagioni il sipario in quanto riteneva che le richieste di parte del sindacato avrebbero messo a repentaglio la sostenibilità dell’ente. Quindi, nulla di nuovo sotto il sole.Il 25 febbraio alcune sigle sindacali – dicono di rappresentare la maggioranza degli artisti e il quaranta per cento del personale tecnico-amministrativo (ma altre sigle confutano questa asserzione) – hanno convocato una lunga conferenza stampa per sostenere che teatro e Campidoglio non hanno aperto un tavolo permanente di trattative (secondo management e Comune il tavolo c’è, forse con altre sigle; c’è anche stata un’assemblea con tutto il personale) e che i dati su debito e disavanzo (presentati alla stampa del sovrintendente Carlo Fuortes il 9 gennaio e allora analizzati da “Avvenire”) non sarebbero veritieri (ma non ne sono stati contrapposti altri). Le sigle organizzatrici della conferenza stampa hanno annunciato di avere un piano alternativo (a quanto previsto dalla legge Bray) per aumentare produttività e ridurre i costi, lo consegneranno soltanto al sindaco (il quale non li riceve) per non mancare di garbo nei suoi confronti. Nella confusa presentazione polifonica (erano tanti a parlare) è volata l’idea di affidare a tempo pieno la direzione del teatro a Riccardo Muti. In mezzo a tanto bailamme è verosimile che Muti, se Manon Lescaut non verrà messa in scena, faccia le valigie e non si veda più a piazza Beniamino Gigli (sede del teatro). Se i dati presentati il 9 gennaio rispecchiano la situazione, non è la legge Bray a imporre la liquidazione ma il codice: il debito supererebbe il patrimonio. Da un lato sembra di vedere il remake di un triste film: il modo in cui alla fine degli anni Novanta venne allontanato Giuseppe Sinopoli, che ne soffrì tanto da morire prematuramente. Allora Goffredo Petrassi, ultranovantenne, e Franco Mannino, quasi ottantenne, ambedue grandi compositori, assecondarono la proposta, lanciata in contemporanea dal più diffuso quotidiano della capitale e dal “Foglio”, di chiudere il teatro per tre anni, affidarne la gestione a un manager internazionale che invitasse compagnie anche straniere e varare concorsi pubblici europei per tutti i ruoli. Con circa tre lustri di ritardo il progetto pare prender corpo. Purtroppo, come spesso avviene in questi casi, perderebbero il lavoro anche tecnici, artisti e amministrativi che considerano essenziale una profonda ristrutturazione.In effetti, il Teatro dell’Opera di Roma soffre del male antico di scarsa coesione interna, pullulare di sigle sindacali in competizione sfrenata tra di loro, privilegi particolaristici, manager che, a volte, per avere la pace sindacale (e il silenzio su operazioni poco chiare) hanno eroso il patrimonio. I sindacalisti presenti alla conferenza stampa hanno fatto riferimento a episodi di malcostume che, se veri e documentati, dovrebbero essere denunciati alle autorità, non ai giornalisti. La situazione dell’ente con sede a piazza Gigli è emblematica dei problemi del settore: ben otto fondazioni liriche sono corse al capezzale della legge Bray per aiuti di emergenza (un’iniezione di liquidità a credito agevolato, unitamente ad ammortizzatori) che permettano loro di ridurre gli organici e attuare piani di ristrutturazione. Le richieste di aiuto (e di vigilanza da parte di un commissario straordinario) sono state formalizzate ed alcuni piani di riassetto (ad esempio, nei teatri di Bologna, Napoli e Palermo) stanno entrando in fase operativa. A quello di Roma pare manchi il concerto sindacale. I mali del settore, comunque, non si cureranno sino a quando le produzioni non circoleranno secondo un cartellone nazionale e la produttività non raggiungerà livelli europei