Agorà

Anniversari. Cabaret contro il falso ottimismo

MAURIZIO CECCHETTI giovedì 4 febbraio 2016
Neli’arte nulla è mai nuovo del tutto. E questo non è affatto male. Ammesso che si possafare qualcosa di completamente nuovo, il rischio - anzi la certezza - è quella che nessuno capisca ciò che facciamo. I movimenti artistici del secolo scorso sono stati spesso esperienze “elitarie” con la proclamata volontà di rompere argini e schemi sociali facendo coincidere arte e vita; futurismo, dadaismo, surrealismo hanno spezzato le convenzioni, imponendo un modo nuovo di vedere, e per questa volontà si possono effettivamente definire avanguardia: quelli che vanno all’assalto in prima linea (il termine ha radici militaresche). Ma nulla è mai davvero nuovo del tutto nell’arte. Duchamp, per esempio, ha messo baffi e pizzetto alla Gioconda, ma non ha fatto qualcosa di completamente nuovo, era stato preceduto da un artista del cabaret a Parigi, Eugène Bataille, in arte Sapeck, che nel 1887 espose una foto della Gioconda con la pipa e il suo bel fumo che si alzava ad anelli concentrici. Duchamp non prese spunto soltanto da Sapeck, aveva fatto tesoro anche dei teatrini di ombre che Henri Rivière in quegli anni allestiva sempre allo ,di cuiera direttore: peresempio, quando realizzò Il Grande vetro, , noto altresì col titolo: La Mariée mise à nu par ses célibataires, même (La sposa messa a nudo dai suoi celibi, anche). Il più celebrato fra i protagonisti del Dadaismo, Duchamp appunto, aveva rispolverato idee che a Parigi erano nell’aria da decenni (sia pure con più stravagante e cialtrona volontà di divertirsi). Eppure non fu Duchamp a coniare l’espressione “Dada”, fu Hugo Ball, poeta, scrittore e drammaturgo tedesco che il 5 febbraio 1916 a Zurigo fondò il facendosi prestare un locale e raccogliendovi inizialmente qualche opera d’arte, poeti, musicisti, attori con l’idea di farne un “teatro quotidiano”. Centenario, dunque, quello che cade quest’anno. L’editore Castelvecchi lo celebra pubblicando sotto il titolo un centinaio di pagine di Ball tratte dai diari, le lettere e i suoi componimenti poetici, che esce in questi giorni (pagine 96, euro 12,50). Operazione utile quella di Castelvecchi, peccato che non sia accompagnata da un saggio di inquadramento e da un apparato di note esplicative di cose non sempre immediate per il lettore di oggi. Ball, tra l’altro, è Fautore di un fascinoso testo denso di cultura e di misticismo, Cristianesimo bizantino, , edito lo scorso anno da Adelphi e incentrato sulle figure di Giovanni Climaco, Dionigi l’Areopagita, Simeone Stilita. Ball era arrivato a questo libro dopo l’esperienza dadaista, di cui fu il promotore insieme aTzara, procedendo così da un movimento di dissoluzione a uno di ricomposizione e di ritorno, a suo modo, all’origine (era nato in una famiglia cattolica e si schermiva quando lo accusavano, all’epoca del , di essere sacrilego: il 3 giugno 1916 andò in scena, infatti, «il concerto rumorista come accompagnamento del testo evangelico» intitolato : «Nessuno osava ridere. In un cabaret e specialmente in questo nessuno lo avrebbe immaginato. Noi salutammo il bambinello, nell’arte e nella vita»). La data, 3 giugno, è quantomeno curiosa: recitare il presepe a fine primavera che senso poteva avere? Sicuramente influisce il clima bellico e le notizie degli orrori della Grande Guerra. La Svizzera neutrale era infatti l’approdo di molti in fuga dai Paesi in guerra. Gli artisti sono fra i primi ad avvertire la catastrofe imminente, in qualunque epoca, e forse mai come in un artista è forte il sentimento di assurdo spreco che la guerra produce. Basta guardare come si veste Ball mentre recita il poema sonoro , per comprendere quanto poco felice sia il divertimento che si mette in scena nel . Ball il 2 marzo scrive nel Diario: «In un saggio dal titolo qualcuno ha detto che mi burlo dello Spirito e che ciò non può essere fatto impunemente» e cita alcuni suoi versi: «Il bambin Gesù / si arrampica sulle / scale e / gli anarchici / cuciono / divise militari. / Essi hanno molti scritti e / macchine infernali. / La fucilazione li spiaccica / al muro della prigione». Il contrasto fa capire quanta tragicità ci siain quell’essere lontano dai campi dove ogni giorno muoiono a migliaia. Un disgusto domina il cuore di Ball. Lo scopo del era «creare un centro d’intrattenimento artistico» con recite e incontri giornalieri. E il giorno dell’inaugurazione molti rimasero fuori perché non c’era posto per tutti. Si recitavano versi di Kandinskij, Wedekind, Cendrars, Werfel, larry, Rimbaud, Apollinaire, si ascoltava Debussy, si esponevano Picasso e Modigliani; cerano serate dedicate alla cultura russa, altre a quella francese. Tzara legge versi di Max lacob - «Adieu, ma mère, adieu, mon père» - e l’interpretazione è così potente che i presenti si commuovono; il poeta Andre Suarès, che aveva da poco pubblicato un saggio su Péguy, ne recita alcuni versi e Ball annota questi: «Le drame de sa conscience l’obsédait / Se rendre libre est la seule morale. / Etre libre à ses risques et périls, voilà un homme». E due giorni dopo confessa: «Quello che stiamo celebrando è una buffonata e insieme una messa funebre». Il ritmo quotidiano finisce per essere quasi opprimente: «Le recite quotidiane con questa tensione non solo estenuano, ma logorano pure. Nel bel mezzo del trambusto mi assale un brivido in tutto il corpo. Allora non posso più assimilare, lascio stare tutto e me ne fuggo via». In quell’epoca che Ball definisce deprimente, il Cabaret «rappresenta un gesto»: i cannoni che risuonano lontani, ma non senza mandare un’eco sinistra che ricorda «grandiose sagre da mattatoio e le prodezze eroiche da cannibali »; e allora ecco che il Cabaret, quella «volontaria follia, il nostro entusiasmo per l’illusione le trasformeranno in vergogne». Il linguaggio si spezza in suoni che non rimandano più a un significato, maallaparolapura. Il cabaret è un teatro di maschere che sfata l’ottimismo dell’epoca, la farsa borghese, e si capisce perché sia nel nome di Voltaire: Candide, ou l’optimisme, , è il paragone di questa decostruzione della buona società: «“Dada” è un gioco da pazzi uscito dal nulla, dove si trovano intrecciate tutte le questioni superiori; è un gesto da gladiatori», un gesto ostetrico che porta alla luce «in forma patologica gli istinü e i pensieri occulti». Il sacrificio è radicale: «Ho inventato - dice Ball - un nuovo genere di versi: “versi senza parole”, ovvero poesie di suoni». Che si contrappongono al rombo della guerra. Ormai per BalU’esperienzadel Cabaret è vicino a esaurirsi. A settembre del 1916 scrive aTzara: «Ha proprio ragione. Il non serve a nulla, è brutto, decadente, militarista, e non so cos’altro ancora. Io non voglio più fare qualcosa del genere». Basta blasfemia, ironia, satira. Ritorna nel cristianesimo, sviluppa l’opera sulla teologia orientale, che vedrà la luce nel 1923, e sente che la distruzione della sintassi a favore della plastica sonora delle parole è come celebrare la bellezza di una bomba a grappolo che ti scoppia sulla testa. Bello per un istante, e poi il buio. Dada, dice, in rumeno significa «sì-sì», in francese «cavallo a dondolo», per i tedeschi è un segno patetico di chi è «felice di procreare». È un suono di assenso e di chiarezza, e chissà che Ball non avesse in mente anche il paolino «sì sì, no no»... © RIPRODUZIONE RISERVATA Anniversari Un secolo fa nasceva a Zurigo il “teatro” dove si praticava un’arte scettica verso l’ipocrisia dell’epoca segnata dalla Grande guerra. Ispirato a Voltaire e al suo “Candide»”, fu ideato da Hugo Ball che coniò anche il termine Dada A sinistra, Hugo Ball recita il poema sonoro «Karawane». A lato, manifesto inaugurale del «Cabaret Voltaire» Si riunivano poeti e artisti per demolire convenzioni e idee considerati espressioni della società borghese. Per il centenario lo spazio è stato restaurato L’attuale «Cabaret Voltaire»; nella foto piccola, costume teatrale per una recita nel locale svizzero