Agorà

Brancati. Antimoderno, cioè classico

Massimo Onofri martedì 21 marzo 2017

Lo scrittore Vitaliano Brancati, 1907-1954 (Ansa)

Quando Vitaliano Brancati muore all’improvviso a Torino sotto i ferri del chirurgo, il 25 settembre 1954 a soli 47 anni, per un intervento che doveva essere di routine, il vuoto che lascia tra chi lo conobbe è da subito avvertito come incolmabile. Era stato, Brancati, un marito più che attento e delicato, un padre tenero e premuroso, un amico leale e affidabile, un uomo orgogliosamente libero che, al culmine del successo e dei riconoscimenti fascisti, aveva abbandonato la capitale per ritirarsi nella remota provincia siciliana, come insegnante in un istituto magistrale, a coltivare il suo silenzioso antifascismo. Come ricorda Leone Piccioni in Profili (1995), quando il feretro diretto a Catania arrivò a Termini, per il saluto degli amici lì convenuti, persino il malmostoso Vincenzo Cardarelli, intabarrato nel solito cappotto nonostante il caldo, come bofonchiando, pare affermasse: «Non poteva esser morto Moravia?». Già, Alberto Moravia, il quale, nella prefazione all’incompiuto Paolo il caldo, forniva tempestivamente, e con grande esattezza, la più precisa definizione del Brancati scrittore: «Se il termine non fosse ormai consunto (…), diremmo che Brancati, a buon diritto può essere chiamato un classico (…). Classicità vuol dire completezza, anzitutto. A suo modo Brancati fu scrittore completo e i suoi libri danno al lettore quel senso di soddisfazione e di riposo che ispirano appunto le opere classiche ossia perfettamente concluse e definite».

A ribadire questo senso di completezza e misura, di riposata e soddisfatta intelligenza, che sortirebbe da una grande singolarità di scrittura, disposizione e visione del mondo, arriva per l’editore Carocci Vitaliano Brancati, una fantasia diabolica( pp. 208, euro 16) di Sabine Verhulst, che insegna in Belgio Letteratura italiana. Un libro – dico subito – pieno di suggestioni, che ci restituisce uno scrittore di vocazione certamente razionalista, concentrato sulla decostruzione critica degli idola tribus, laddove la tribù è già rappresentata dalle folle dell’incipiente società di massa, le quali hanno ormai delegittimato l’individuo e il connesso principio di responsabilità personale. Uno scrittore di vocazione razionalista, ripeto: ma che, secondo Verhulst, affiderebbe alla fantasia, in un senso propriamente leopardiano (dei pensieri di Leopardi, per altro, Brancati aveva allestito nel 1941 una raccolta: Società, lingua e letteratura d’Italia), e a un impiego rigoroso del comico, le sue armi più efficaci. Che poi vuol dire un sentimento della realtà di costante insofferenza, un persistente atteggiamento di non rassegnazione al mondo così com’è, ma senza nessuna illusione ideologica o escatologica che, se non arrivano a un’istanza di metafisica e camusiana rivolta, garantiscono però la libertà d’un profondo anticonformismo.

Così in una pagina del Diario romano (1961) dell’aprile 1951: «La fantasia, pur nella sua innocenza, nasconde sempre un’involontaria protesta, in quanto è insofferente degli schemi e dei limiti del reale». Uno dei meriti di questa monografia, poi, sta nella convinzione che l’opera di Brancati si sia andata plasmando, dando corpo a tutti «i suoi principali temi e idoli polemici », «nell’alveo della stampa quotidiana e periodica», già a partire dalle collaborazioni con la fascistissima Quadrivio di Telesio Interlandi e con l’eterodossa Omnibus di Leo Longanesi, studiate attentamente qui: posizione che ha come conseguenza l’importante valorizzazione del Brancati giornalista e saggista, da Il borghese e l’immensità (1973), ove si trova anche la più importante produzione degli anni ’30 e ’40, alle prose morali intitolate I piaceri (1943), dai saggi di I fascisti invecchiano (1946) al già citato Diario romano. Una mole di scritti così significativa, e di tale qualità, che mi fa considerare il Brancati articolista – per originalità del punto di vista, per libertà d’approdi, per sperpero d’intelligenza, per intensità dell’immaginazione – secondo solo ad Alberto Savinio.

A conti fatti, ora che il Novecento s’è definitivamente suggellato in se stesso, lo scrittore che in Paolo il caldoaveva visto nella «lussuria» – non nel-l’eros, si badi – un peccato contro la vita e contro la ragione, nonché una via sicura d’accesso all’imbecillità, pare acquistare una collocazione sempre più rilevata e sorprendente, e come coltivata dentro un consapevole anacronismo. Basterebbe ricordare, in tal senso, quanto scriveva in un articolo del 1941 intitolato «Non amo la mia epoca»: «Ecco la mia massima aspirazione: raccontare in una decina di libri le cose del Novecento, ma poi vedere questi libri unicamente fra le mani di uomini dell’Ottocento».

Io credo che soltanto a partire da questo contro-tempo utopico – nutrito del vagheggiamento d’una vita in cui le abitudini siano oneste, i gerghi solidali e il carattere adulto, ricavato, quel contro-tempo, nel cuore stesso dei disamati decenni in cui gli era toccato vivere – si possano capire sino in fondo la sua idea del fascismo come esito, tutto contemporaneo, d’una puerilità ormai monumentale, la natura dei suoi anti-eroici e malvissuti personaggi, lo stile di franca limpidezza e di strenui paradossi che praticò. E ciò, in gloria d’una idea di ragione che gli fece mancare consapevolmente l’appuntamento con tutti i 'profondismi' del secolo di cui fu contemporaneo, quelli garantiti dall’autorità di Marx, Nietzsche e, soprattutto, Freud. Ecco: se l’imperativo del Novecento fu d’essere assolutamente moderni, l’impegno di Brancati è stato quello di perseverare nella convinzione che la modernità fosse tutt’altro che un valore pacificamente assodato. Sicché – in tempi di scientismo e materialismo, di comunismo e miscredenza – non ci sorprende che lui, laico e liberale, si compiacesse di battute come questa, che ricavo dal Diario romano: «Chi pronuncia la parola anima, sapendo di pronunciare una parola antiquata, suscita la mia ammirazione».