Agorà

Intervista. I braccialetti diventano trilogia

Angela Calvini martedì 16 giugno 2015
«Questo è il vero braccialetto rosso che ho indossato quando mi hanno operato la prima volta, e che ha dato il via a tutto». Albert Espinosa è un quarantenne alto col viso da bambino, buffo e solare, e ci mostra con orgoglio il polso destro: una strisciolina di plastica, come quella che indossano Vale, Chris e Leo, i giovanissimi eroi della serie di Raiuno Braccialetti rossi che ha conquistato gli adolescenti italiani, e quelli di mezzo mondo, con una storia dove l’amicizia riesce a superare il dolore e la sofferenza della malattia e della morte. Quest’estate si girerà in Puglia la terza serie, con la regia di Giacomo Campiotti sempre con la supervisione dello scrittore spagnolo. Una storia eccezionale, quella di Espinosa che, dopo avere passato l’adolescenza in ospedale a lottare con un tumore che gli ha portato via una gamba, un polmone e una parte di fegato, ma non la gioia di vivere, è diventato dapprima scrittore, poi autore televisivo e anche regista (è stato in corsa per gli all’Oscar con il cortometraggio Pitahaya). Ora Espinosa conclude la sua trilogia dei colori (iniziata con il romanzo Braccialetti rossi. Il mondo giallo del 2008 e proseguita con la sceneggiatura di Braccialetti rossi) con l’ultimo romanzo, Braccialetti azzurri. Ama il tuo caos, appena edito in 40 Paesi, per l’Italia da Salani. Un libro che affronta un tema da far tremare i polsi, gli ultimi giorni di vita di alcuni ragazzini malati terminali, con il tono lieve e sognante della fiaba, dove a trionfare è, come sempre nel mondo di Espinosa, l’amore profondo e gioioso per la vita. Comunque essa sia. «La base di tutto è pensare che oggi è il giorno in cui morirai. Questo dà senso alla vita. Nient’altro. E quando il giorno dopo ti svegli, sarai felicissimo di accorgerti che ti hanno regalato altre ventiquattro ore» è la lezione che impara il protagonista del romanzo, che diventerà anch’esso una serie tv e un film.Senta Espinosa, lei affronta un tema molto forte anche in Braccialetti azzurri. E sempre ispirato alla sua storia personale? «Dopo Braccialetti rossi che è stato tradotto in 40 paesi e che ha avuto 20 adattamenti cinematografici, volevo concludere la trilogia dei colori. Il colore azzurro ritrae quelle che erano le mie sensazioni al momento in cui, a 16 anni, mi hanno diagnosticato solo il 3 per cento di possibilità di vita e mi è stato detto di andare a vivere su un’isola per trascorrere lì i miei ultimi momenti. Con questo libro, sotto forma di favola, concludo definitivamente la saga dell’ospedale».Una saga che ha proposto un nuovo modello di approccio al “genere ospedaliero” ponendo al centro gli adolescenti.«Il mio obiettivo era fare una fiction innovativa, girata dal punto di vista dei ragazzi, trattati come degli come adulti. Una serie in cui non ci fossero i grandi a interferire nella vita dei giovani, ma dove loro fossero i protagonisti delle loro vite. L’altra idea era che non ci fosse il denaro, ma che le relazioni si sviluppassero intorno ai sentimenti. Ora sono in trattative con la Palomar per la nuova fiction da Braccialetti azzurri, in cui si parlerà direttamente della morte. La serie televisiva “madre” sarà quella italiana, io invece ne girerò un film come regista in Spagna». Non crede che sia un tema troppo difficile per una serie tv? Come pensa di proporlo?«L’idea è quella di un’isola magica, tipo quella di Lost, dove i cinque bambini protagonisti vanno per morire. Ma per imparare a morire, bisogna imparare a vivere. Questa favola mostra che tutto è possibile. La cosa triste non è morire, ma non vivere intensamente. Imparare ad amare il proprio caos è una cifra che si rifà al Piccolo Principe. Come diceva Dickens: “Si muore a 27 anni ma si viene seppelliti a 72”».Nella versione italiana di Braccialetti rossi si lascia aperto uno spiraglio verso l’aldilà. Lei che con la morte ha vissuto a stretto contatto, come si pone?«La mia religione è trovare persone buone. Questo dà un senso alla vita. Non credo che ci sia altro oltre questa esistenza. Ciò che conta è il segno che la tua vita lascia agli altri. Il 17 giugno con una associazione incontrerò il Papa e penso che sarà molto interessante parlare con lui dei bambini malati, della vita e della morte. Anche in Argentina Braccialetti rossi ha avuto grande eco in tv. La mia religione è incontrare persone buone e il Papa è una persona buona». E fra un mese si inizia a girare la terza serie di Braccialetti rossi.«Il regista Campiotti mi ha spiegato le idee alla base della nuova serie e mi sembrano molto buone. In Spagna abbiamo lavorato in modo diverso, perché tra una serie e l’altra passavano degli anni. La prima serie vedeva i protagonisti bambini, la seconda gli stessi da adolescenti e la terza da adulti. In Italia hanno fatto in modo autonomo e il successo dipende molto dalla capacità e dalla bravura di tutta l’équipe. Io sono andato sul set in Puglia, e sono rimasto colpito dal coinvolgimento e della bravura dei ragazzi che si sono gettati nella serie. Fra i venti adattamenti quello italiano è il migliore anche come trame nuove rispetto al romanzo. Si parla di altre due serie così si dovrebbe arrivare a cinque».Quanto equilibrio ci vuole nel raccontare la malattia, specie dei minori, al grande pubblico senza rischiare lo sfruttamento del dolore?«Questa è la sfida. Il problema si è posto in tutti i paesi. Riuscire a capire qual è il punto di equilibrio che ti aiuta a non cadere nell’eccessiva drammaticità o nella banalità. Credo che la soluzione stia nel conoscere bene le persone che realizzeranno la fiction. Non sarà facile realizzare anche Braccialetti azzurri, perché in ogni capitolo muore una persona: la morte esiste, ma nel mondo non se ne vuole sentire parlare». Dall’altro lato questo tipo di film può aiutare a capire l’importanza di difendere la vita, qualunque essa sia?«Questi sono i temi che conosco, ho girato da regista anche un film sul tema dell’handicap. Woody Allen in 20 film non ha fatto altro che parlare di Manhattan, il luogo dove è cresciuto e che lo ha formato. Io faccio lo stesso, dato che sono vissuto e cresciuto per 10 anni in un ospedale. Parlo di bambini speciali, di dolore e di morte anche perché non ci sono sceneggiatori che lo fanno. E questo arriva al cuore della gente. Dopo la mia serie tv in Spagna le visite ai bambini malati negli ospedali sono aumentate del 40 per cento. Specie scolaresche e compagni di scuola che non vedono più i loro amici come persone tristi da tenere lontano. I supereroi non hanno più il mantello, ma hanno i braccialetti rossi». E fra quei “supereroi” possiamo contare anche lei…«Ho imparato che la perdita non è altro che un guadagno. Sono passato da una piccola camera di ospedale al grande schermo, questo vortice emozionante mi ha portato a girare il mondo, a conoscere Spielberg e a lavorare con lui. La paura c’è sempre, ma è qualcosa con cui bisogna convivere».