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L'intervista. Bordin: ho un'idea di atletica

Roberto Cutaia mercoledì 2 aprile 2014
«Il nostro Dna non è cambiato, trent’anni fa l’Italia era chiamata “il Kenia bianco” e anche oggi possiamo tornare ad esserlo...», sono le parole di un “mito” vivente dell’Atletica leggera azzurra, il vicentino Gelindo Bordin. Oggi il maratoneta per eccellenza, (“paziente nell’attesa”, è scritto nell’Enciclopedia dello Sport Treccani alla voce Bordin, Gelindo), compie cinquantacinque anni (Longare 1959). Da atleta, per ovvi motivi, viaggiava molto ma la sua vita da “pellegrino” continua, come direttore marketing di Diadora. Nei giorni scorsi era in Cina, ora è in transito dall’Italia, prima di ripartire per Parigi. Lo abbiamo contattato telefonicamente, mentre era in viaggio tra Treviso e Vicenza. Lei Bordin si è visto sporadicamente dopo aver appeso le scarpette al chiodo, tanto da suscitare un dubbio: è rimasto nel mondo dello sport? «Sono rimasto a contatto dello sport praticato, ma da un punto di vista manageriale». Il nome Gelindo, a chiunque, richiama alla mente il trionfo alle Olimpiadi di Seul... «È la gara che, in positivo, ha contrassegnato la mia vita in generale ma, soprattutto, la mia vita sportiva. Anche se ho avuto altri momenti molto belli, certo quell’Olimpiade è stata impareggiabile». Come vede il panorama dell’atletica italiana? «È evidente a tutti, purtroppo, che sta vivendo un momento transitorio poco felice. Non tanto per i risultati quanto per l’assenza di una strategia. In tutti i Paesi evoluti, in Europa in particolare, c’è stata una grande crisi nello sport, una crisi di risultati. Però, nazioni come Francia e Svezia, hanno realizzato dei progetti che stanno portando dei risultati». Qual è la carenza sostanziale in Italia?«Oggi, rispetto a quando ero piccolo io, c’è la necessità di dialogare in maniera diversa con le nuove generazioni. Occorre mettere in campo una strategia che nel giro di 4/8 anni possa portare a rinvigorire la nostra Nazionale». Perché questo non è ancora avvenuto?«Abbiamo vissuto anni duri perché è diventato difficile fare reclutamento. Siamo rimasti troppo legati alle cose che funzionavano trent’anni fa, senza proporre alternative valide e non è stato fatto nulla a favore dei giovani per motivarli e invogliarli a fare questo sport. Sono stati soppressi persino i Giochi della Gioventù, che era una raccolta di talenti, che in questo momento mancano. Ecco perché occorre ridisegnare un piano che possa guardare al futuro nel medio e lungo periodo». C’è un luogo irrinunciabile dove poter incontrare i ragazzi? «È la scuola. Bisogna rivolgersi a loro con una dialettica diversa, incentivandoli in maniera diversa, cioè essere moderni in uno sport “tradizionale”. Non possiamo continuare a fare la promozione a questo sport pensando a De Coubertin e al suo motto “l’importante è partecipare”». La fatica e la sofferenza in uno sport individuale devono avere un fine? «Non si può più dire ai ragazzi fatica per vent’anni e poi, chissà, forse un giorno... Un esempio in tal senso da guardare in Italia è quello della Federazione di Nuoto. La promozione delle attività adatte ai giovani sono servite a fare innamorare i ragazzi. È con questa logica che sono nati campioni come la Pellegrini». Con la sua carriera da atleta ha dimostrato che gli africani non sono imbattibili. È così?«Concordo con Renato Canova (intervista pubblicata su Avvenire del 13 marzo, ndr), da un punto di vista del Dna i ragazzi di colore sono identici ai bianchi. Una volta gli atleti di colore arrivavano dietro a me, a Panetta, a Cova ad Antibo. In Africa si trovano molti più giovani da “reclutare” perché per loro vincere 10mila euro vuol dire portare a casa parecchi soldi. Che non è una motivazione per scappare da una realtà, ma la possibilità di cercarsi un futuro diverso e migliore». Quindi, alla fine, per l’uomo in generale la motivazione è migliorare la propria condizione? «Nel Dna dell’uomo non c’è, secondo il mio punto di vista, la voglia di fare fatica senza avere un piccolo obiettivo. Il ragazzino pensa al futuro mentre una persona avanti con gli anni fa sport con l’obiettivo di stare in salute. Quindi bisogna ritrovare degli stimoli che siano adeguati ai momenti in cui viviamo. Se mettessimo a confronto i nostri ragazzi con un africano nel gioco della playstation non avrebbero problemi a vincere, perché li stiamo crescendo con quelle qualità. In Africa probabilmente certi ragazzini non hanno molta confidenza con i videogiochi ma sanno correre, perché quello è il loro contesto naturale». Che futuro c’è dopo il glorioso passato di Bordin e Baldini? «Ho grande speranza in Daniele Meucci: ha grandi qualità, anche se sta sbagliando. Non per colpa sua ma, forse, per l’ingordigia della nostra federazione. Ha le qualità fisiche e mentali per diventare un grandissimo maratoneta, bisogna vedere se ha il coraggio lui e chi lo sostiene, di fargli fare questa strada lasciando da parte i 10mila metri. Perché ha 28 anni e non è più un ragazzino, deve dedicarsi alla maratona in previsione delle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016. Ne abbiamo solo uno, non possiamo giocarcelo».