Agorà

Calcio. Bologna 1964, quello scudetto tinto di "giallo"

Massimiliano Castellani venerdì 21 febbraio 2014
 Nel Paese dei misteri e dei casi irri­solti, poteva una Repubblica come la nostra, fondata sul pallone, farsi mancare un “giallo” come quello del Bologna del 1964? La sceneggiatura per un film di quello che è passato alla storia co­me il “giallo della pipì”, avrebbe potuta realizzar­la il primo Pupi Avati (vedi La casa dalle finestre che ridono) perché la vicenda è ambientata nella sua Bologna e i protagonisti principali sono i ros­soblù guidati da Fulvio “Fuffo” Bernardini becca­ti misteriosamente positivi al controllo dell’anti­doping. Stagione di grazia tricolore 1963-’64, ma mai nel­la secolare memoria di cuoio italica, uno scudet­to fu più sofferto e dibattuto di quello del Bologna. Squadra quella del “dottor” Bernardini (uno dei ra­ri laureati tra i pallonari di allora) che in campo si esprimeva con un «calcio di poesia», assai vicino alle elucubrazioni intellettuali del suo illustre su­pertifoso, Pier Paolo Pasolini che a Casarsa fece di­pingere di rosso e di blu con tanto di poster di quell’amata formazione scudettata la sua stanza del figlio. Una marcia inarrestabile quella dei felsinei che dopo un 7-1 rifilato al Modena facevano com­mentare a un estatico Bernardini: «Così si gioca solo in paradiso». Ma dal paradiso all’inferno fu un istante: il 2 febbraio di cinquant’anni fa dopo un Bologna-Torino 4-1 a un controllo “improvvi­sato” all’Hotel Jolly venivano sottoposti cinque giocatori rossoblù: Fogli, Perani, Pavinato, Tum­burus e Pascutti. Il 4 marzo, mentre ancora tutta Bologna festeg­giava l’ennesima impresa stagionale, la vittoria a San Siro contro il Milan campione d’Italia in cari­ca, arrivava impietosa la sentenza della Federa­zione Medico Sportiva che accertava la positività dei cinque tesserati del presidente Renato Dall’A­ra. Un colpo basso per il presidente generoso (no­nostante lo chiamassero “Arpagone”, il cui motto era: «Sono economo, ma umano») da un trenten­nio al vertice del club petroniano che con i quat­tro scudetti conquistati dal 1935 al ’41 si era fatto conoscere anche in Europa come “lo squadrone che tremare il mondo fa”. Ma a tremare in quegli idi di marzo furono le sue coronarie già fortemente provate e anche quelle della tifoseria bolognese che vedeva la sua squa­dra vittima di un complotto di Palazzo, ordito dai nobili casati del calcio nazionale. L’Italia del pal­lone che era la stessa di quella allora politicamente schierata - in democristiani e comunisti - , si di­vise subito tra innocentisti e giustizialisti. Dal gial­lo a “La guerra della pipì” (titolo omonimo del li­bro di Stefano Bedeschi), con la corazzata della stampa del Nord che parteggiava per l’Inter di He­lenio Herrera e quella più debole bolognese che aveva come alleati i giornali romani, in virtù del loro concittadino Bernardini. E fu proprio Ber­nardini, l’integerrimo e provato uomo di sport che, nonostante la provvidenziale richiesta della revisione delle analisi, per la celerissima (anche a quei tempi) giustizia sportiva il 27 marzo veniva giudicato colpevole assieme al medico sociale Poggiali. Il tecnico era reo di aver «drogato» i cin­que giocatori e pertanto scattava la squalifica di 18 mesi. Per il Bologna partita persa a tavolino più un punto di penalizzazione che portava l’Inter da sola al comando con tre lunghezze di vantaggio. Da quel processo kafkiano l’unica consolazione per patron Dall’Ara fu che i suoi calciatori venne­ro scagionati dall’accusa di doping, ma solo per­ché ritenuti «inconsapevoli» delle sostanze as­sunte. Le tracce della loro presunta positività era­no nelle provette custodite a Firenze al Centro me­dico sportivo delle Cascine. E qui il giallo si infit­tisce. I cinque flaconi contenenti le urine sospet­te dei calciatori bolognesi erano giunti al Centro fiorentino non sigillati e messi in dei comuni fri­goriferi privi di serratura. E di fianco a quei frigo­riferi, c’era un armadietto anche questo non ser­rato e contenente tubetti di anfetamine. «Questo era lo scenario riscontrato dai periti che giunsero alla conclusione che le provette erano state manomesse e le anfetamine introdotte in quegli stessi contenitori da una mano occulta per alterare la tossicità delle urine. Ma quella mano “maligna” aveva esagerato, perché in ognuna di quelle provette pare che avesse gettato un dosag­gio tale da poter ammazzare un cavallo, figurarsi un calciatore... E chi si era occupato del caso, il prof. Nicolini - presidente della commissione an­tidoping - in quei giorni (l’8 marzo, ndr) venne trovato dai suoi familiari riverso sul pianerottolo di casa, pestato a sangue da “ignoti”», racconta nel dettaglio Italo Cucci che all’epoca seguì tutte le tappe del “giallo” in qualità di cronista della te­stata bolognese Corriere dello Sport Stadio. Le re­lazioni dei periti consentirono di scagionare de­finitivamente Bernardini e il medico del Bologna, assolti entrambi dalla giustizia sportiva il 16 mag­gio, giusto in tempo per tornare in panchina per l’unico spareggio-scudetto disputato nella storia del nostro calcio. Con i tre punti restituiti, il Bologna chiuse il cam­pionato appaiato con l’Inter (a quota 54) che a sua volta si presentò a quell’inattesa sfida secca del­l’Olimpico di Roma con la corona di campione d’Europa, conquistata a Vienna contro il grande Real Madrid di Di Stefano e Puskás. Tra voglia di rivalsa, rabbia e lo scampato pericolo di vedere sfumare i legittimi sogni di gloria, un’intera città si preparava alla marcia su Roma per prendersi quello scudetto avvelenato fino all’ultimo da po­lemiche, dubbi, voci e illazioni sulla mano che manomise le provette. Nel giallo, la tragedia finale. Il patron del Bologna era salito a Milano per accordarsi sui premi-par­tita con il presidente dell’Inter Angelo Moratti e il n.1 della Lega Calcio Giorgio Perlasca, ma la di­scussione si fece animata e il cuore di Dall’Ara ce­dette per sempre. Il trombettiere del Bologna, Gi­no Villani, quel giorno suonò la sua accusa fune­rea: «Povero Presidente, l’hanno fatto morire di crepacuore». Dall’Ara muore il 3 giugno e quattro giorni dopo il suo Bologna il minimo che potesse fare fu con­quistare sul campo e dedicargli quello scudetto che arrivò con una delle tante gare perfette stu­diate da Bernardini. L’Inter del “Mago” Helenio Herrera, dovette inchinarsi dinanzi alla superio­rità dei rossoblù che nel finale colpirono per due volte con le reti del geometrico Fogli e del danese Nielsen, capocannoniere (22 gol) di quella folle e misteriosa annata calcistica del ’64. Il “caso Bolo­gna” due anni dopo venne definitivamente ar­chiviato dal tribunale di Firenze, ma da allora tan­ti hanno continuato a sbandierare i nomi dei col­pevoli («voce più accreditata, un noto dirigente “bolognese di ritorno”», dice Cucci») e circostan­ze date per certe. Risultato finale: il “giallo della pipì” non è stato ancora risolto.