Agorà

LE STORIE. Bob Morse a canestro con Manzoni

Massimiliano Castellani domenica 24 ottobre 2010
E dopo il passo del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, questa mattina leggiamo un brano di Piero Chiara e uno dei suoi racconti ambientati su un Lago a me molto caro... Il Lago Maggiore». Comincia così la lezione il professor, con un velo di nostalgia per i ricordi della giovinezza. Come un Calvino al contrario, sono le «lezioni italiane» in America di un particolarissimo visiting lecturer, in un college dello Stato dell’Indiana. In cattedra un gigante buono di 203 centimetri e il suo auditorio è una classe composta da sole ragazze, le studentesse del Saint Mary’s College Notre Dame. Il professor è Bob Morse, classe 1951, la leggenda del basket Varese (le mitiche canotte gialle della Ignis e poi i bianconeri della Mobilgirgi degli anni ’70), l’ex ragazzo biondo arrivato dalle campagne della Pennsylvania per sbancare nel campionato italiano. Una storia quasi irripetibile di sport e di lavoro culturale, cominciata quarant’anni fa. «Arrivai a a Varese a 21 anni, dopo aver completato i primi 4 anni all’università: specializzazione in biologia con indirizzo ecologico. L’idea era fermarmi un paio d’anni in Italia e poi tornare negli States per concludere gli studi. Poi però mi sembrò assurdo mollare la pallacanestro che avevo nel sangue e rifiutare l’offerta di Varese, ai tempi la squadra più forte d’Europa. Una sfida troppo affascinante, continuare a portare in giro per il vecchio continente il nome di una città di appena 80mila abitanti che in quegli anni, tra 1973 e ’76, nelle finali di Coppa dei Campioni batteva colossi metropolitani come l’Armata Rossa di Mosca o il Real Madrid». Formidabili quegli anni per le squadre dei coach Aza Nikolic e Sandro Gamba, ma soprattutto per il "Bobby" che bruciava la retina con le sue serie impressionanti dalla distanza, un decennio prima che dalla Nba fosse importato il tiro da tre punti.Un impatto morbido e caloroso con la realtà sportiva, quanto duro e spiazzante con quella di un «nuovo Paese» lacerato da molteplici contraddizioni. «Io vivevo in un’isola felice e attraversavo da Nord a Sud una terra magnifica, con gli occhi disincantati del ragazzo americano. Ma quando iniziai a leggere i giornali scoprì che c’era un’altra Italia. Anni difficili e di piombo, la crisi del petrolio, il terrorismo, il drammatico rapimento di Aldo Moro... I miei amici dagli Stati Uniti telefonavano allarmati chiedendomi se era vero che c’era in atto una "rivoluzione comunista". Io li rassicuravo, anche se rimasi molto colpito una notte a Bologna: dopo una gara contro la Virtus scattò il coprifuoco e la polizia ci intimava il "chi va là?" in una Piazza Maggiore sbarrata. Ricordo altri due episodi che mi fecero molto riflettere. Il colera a Napoli nell’agosto ’72 e tutta la squadra che si dovette vaccinare per la partita che avremmo disputato lì a novembre: credevo fosse una malattia da terzo mondo e invece era fuori dal Palazzetto... Poi l’attentato all’aeroporto di Fiumicino nel 1973, tra le vittime una trentina di americani. Una strage, ma per la coscienza popolare è come se non fosse mai accaduta: non esiste neppure una lapide come quella alla stazione di Bologna che ricordi quei morti». Uno dei tanti misteri italiani irrisolti che il professor Morse oggi riscopre leggendo i saggi di Carlo Lucarelli, omonimo del suo compagno di squadra a Varese. «Massimo Lucky Lucarelli è il mio miglior amico italiano. Il compagno con cui ho condiviso l’appartamento a Varese e la camera nelle trasferte in giro per il mondo. È stato lui a prestarmi il primo libro letto nella vostra lingua con l’aiuto di un vocabolario: Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. Lucarelli ha affinato il mio italiano, io il suo inglese. Massimo poi si è laureato in Scienze Politiche, ma anche lui coltiva la passione per la letteratura: mi ha spedito dei suoi racconti, molto interessanti, ora è in cerca di un editore. Massimo è un intellettuale prestato al basket». Uno dei tanti che si sono visti sui parquet dei nostri palazzetti. «L’americano Bill Bradley, mentre si laureava a Oxford, ogni settimana volava a Milano per giocare e vincere con l’Olimpia la Coppa dei Campioni del ’66. Ancora oggi in America molti talenti, prima di approdare nella Nba, almeno 4 anni di college se li sono fatti. A differenza del calcio che è una disciplina nata come gioco di strada, il basket ha la matrice universitaria nel suo dna. Non a caso ad inventarlo nel 1891 fu il professor James Naismith nella palestra dello Springfield College, in Massachusetts».Un "gancio" storico, di quelli che piacciono tanto all’eclettico Morse; quando ha lasciato il basket giocato, prima di intraprendere l’attuale attività di docente, ha affrontato nuove sfide, su campi anche assai distanti dalla pallacanestro. «Nel 1986 sono tornato negli Stati Uniti: facevo lo scout di talenti per i club europei. Poi a Roma ho vissuto 4 anni come commentatore per Telemontecarlo. Nel 1996 mi sono trovato a un bivio amletico: restare in Italia per sempre o tornare in America? Ha prevalso la seconda via, ho seguito un master in Economia; alla sera studiavo e insegnavo italiano, deciso ad approfondire non solo la letteratura, ma tutti gli aspetti che caratterizzano la vostra cultura. E così, nel 2007, ho conseguito anche il master in lingua e letteratura italiana all’università della Virginia». Da qui la folgorazione per I promessi sposi: «Adoro il romanzo storico, la descrizione che Manzoni dà della peste è sublime». E il gran Lisander non manca mai nei suoi corsi, nel quale si registra un sensibile aumento di iscritti. «Negli ultimi dieci anni, per mia fortuna, qui negli Stati Uniti c’è stata una grande crescita di interesse per l’italiano che è la quarta lingua più studiata nelle università e ormai se la gioca quasi alla pari con il tedesco». Il professor Morse in questo periodo alterna ai racconti del "varesino" Piero Chiara il Cielo è rosso di Giuseppe Berto – «Mi piace per le atmosfere trevigiane a cui rimanda e perché è stato scritto qui, durante la prigionia in un campo del Texas» – e La ragazza di Bube di Carlo Cassola, che «mi aiuta a spiegare cosa sono state la seconda guerra mondiale e la resistenza in Italia». Prendono appunti le studentesse di questo college cattolico che nel programma di base prevede un extratime dedicato alle attività solidali. «Sono luterano e quindi mi sento affine al sentimento cattolico, del quale condivido il grande impegno concreto della Chiesa nel sociale. La fede mi ha molto aiutato a superare un momento difficile, una grave malattia che ho combattuto con la grinta dell’eterno giocatore di basket. E quando su Internet ho visto la foto dello striscione appeso al Palazzetto, "Bob tutta Varese è con te", ho capito che la mia sfida per la vita dovevo vincerla, anche per quella gente che non ha mai smesso di amarmi».