Agorà

Messico. Bibbia indigena, in principio era tzeltal

Lucia Capuzzi martedì 10 marzo 2015
​«In principio era il Verbo». E fin qui il significato era condiviso: è stato sufficiente "passare" i termini da una lingua all’altra. I problemi sono arrivati poco più avanti, quando Giovanni, sempre nel prologo del quarto Vangelo, dice: "E la Parola si fece carne". Per un indigeno tzeltal una traduzione letterale avrebbe rischiato di essere fuorviante, avrebbe pensato a una "trasformazione" di Dio in uomo. Ci abbiamo lavorato per anni. E alla fine abbiamo trovato un’espressione molto bella per descrivere l’Incarnazione: "E la Parola prese in prestito dall’uomo e dalla donna la loro natura e figura"».Si emoziona ancora padre Eugenio Maurer, sacerdote gesuita e antropologo, mentre ricorda i decenni di studi, discussioni e notti insonni. È stato fra i pionieri che hanno realizzato la traduzione integrale della Bibbia in tzeltal, una delle 56 lingue indigene parlate in Messico. Questo lavoro – il primo in ambito cattolico –, pubblicato esattamente dieci anni fa, ha fatto da apripista. Dando il via a un’ansia diffusa di diffondere le Scritture tra le varie comunità native. Il vescovo del Chiapas Felipe Arizmendi Esquivel ha appena annunciato la prossima pubblicazione di una versione tzoltil di Vangeli, Atti e Lettere. Una traduzione – sempre in tzoltil – dell’Antico Testamento, inoltre, è ormai in dirittura d’arrivo. La Bibbia tzeltal – distribuita solennemente dalla Conferenza episcopale ai nativi nel 2005 e quest’anno in ristampa in occasione del decennale – è il punto di riferimento per tutti gli esperimenti presenti e futuri. Una pietra miliare, la definiscono gli esperti. «È stata dura ma ne è valsa la pena. Ora i tzeltal possono leggere la parola di Mach’a ay nananix ah: «Così si dice Dio nella loro lingua», racconta il missionario di 87 anni, di cui 42 trascorsi tra Città del Messico e le montagne chapaneche di Bachajón.
La straordinarietà dell’opera risiede nella capacità di "inculturare" le Scritture nella tradizione india. «Abbiamo cercato di realizzare una "traduzione dinamica". Non ci siamo limitati a trasferire i termini da una lingua all’altra. Lo sforzo è stato quello di rendere l’autentico significato di una parola nella prospettiva linguistica e culturale tzeltal – spiega padre Maurer –. Le faccio un esempio: l’espressione di Gesù "pane di vita" significa poco per un indigeno. L’abbiamo dunque "inculturato" con: "Pane che dà la vita". O ancora, un tzeltal non direbbe mai che Dio "è ricco di misericordia", poiché "ricco" si riferisce solo al denaro. Nel tradurlo abbiamo scelto, dunque, "Dio è l’Essere la cui misericordia non ha misura"».Un simile lavoro è stato possibile grazie alla partecipazione attiva degli stessi tzeltal alla stesura dell’opera, in primis i "consulenti" Abelino Guzmán Jiménez e Gilberto Moreno Jiménez. «In realtà sono stati loro i traduttori. Noi ci siamo limitati ad accompagnarli», continua il religioso, arrivato in Chiapas per terminare la tesi di dottorato in Antropologia assegnatagli dall’Università di Parigi e mai ripartito. All’epoca, era il 1973, la traduzione della Bibbia era cominciata da qualche anno, sotto la guida dei gesuiti presenti nella remota regione fin dal 1958 e "costretti" a imparare lo tzeltal per annunciare il Vangelo ai nativi. Il missionario ha vissuto 9 anni insieme agli indios, studiandone lingua, tradizioni e mentalità, prima di essere reclutato nella squadra dei traduttori.Il progetto pionieristico, nel frattempo, procedeva con il forte sostegno della diocesi del Chiapas, grazie all’intuizione profetica dell’allora vescovo don Samuel Ruiz, e poi dal successore don Felipe Arizmendi. «Nel 1982 hanno affidato a Abelino Guzmán Jiménez e a me la traduzione del Nuovo Testamento e dei Salmi. La maggior difficoltà è stata quella di passare da un’ottica occidentale a una visione indigena, dove l’istruzione è apprendistato e la pena per un delitto è un risarcimento diretto del colpevole alla parte offesa. Per questo, la collaborazione di Abelino e dell’intera comunità tzeltal è stata fondamentale. Discutevamo serate intere su una parola. Dicevano: "Così non suona". E insieme trovavamo il termine giusto», narra il missionario.Che conclude: «Quest’esperienza mi ha fatto comprendere il significato della sfida missionaria. Glielo spiego con una metafora agricola: il sapore del peperone messicano cresciuto in Spagna "pizzica" in modo diverso. Evangelizzare vuol dire seminare la Parola in un popolo che vive in un habitat naturale e sociale. Noi missionari dobbiamo custodire quel seme perché cresca e faccia frutti, il cui gusto, però, sarà in armonia con quell’ambiente e quella cultura».