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I GRANDI DEL VIDEO. Bernabei: il segreto di Mike? Non ha mai tradito il pubblico

Tiziana Lupi giovedì 10 settembre 2009
La premessa è d’obbligo ed è lui stesso a chiederla: «Diciamolo subito: non voglio santificare Mike Bongiorno come si fa, di solito, con le persone scomparse che, solo perché non ci sono più, diventano improvvisamente virtuose». Ma, del resto, «parlare bene di lui come si sta facendo in questi giorni è giusto. Non per la solita rituale riverenza o perché per tanti anni ci siamo trovati in sintonia sul modo di fare televisione, ma perché lo merita come uomo, come professionista e come intrattenitore».Sono passati due giorni dalla scomparsa di Mike Bongiorno ed Ettore Bernabei accetta volentieri di parlare di uno dei personaggi più popolari e importanti della storia della televisione italiana. Perché il presidente della Lux Vide, già direttore generale della Rai dal 1961 al 1974, ha diviso con il presentatore un bel pezzo di vita televisiva. E, soprattutto, «perché non l’ho mai detto prima ma credo che, a suo modo, Mike in televisione abbia reso anche una testimonianza cristiana».In che senso?Fin da giovane Mike intuì che la televisione deve essere fatta per la gente. Non per l’audience ma per uomini e donne in carne ed ossa che hanno problemi, ansie, paure. Lui sentiva che poteva dare loro una mano, magari aiutarli anche a superare momenti difficili con la serenità che riusciva a trasmettere.Il pensiero va al suo indimenticabile «Allegria!».Che però, stiamo attenti, non significava inconsapevolezza né divertimento fine a se stesso. Voleva infondere una speranza. Quell’esortazione, Allegria!, oltre a rivelare la sua grande umanità, rappresentava il desiderio di diffondere una visione giusta della vita, una fiducia negli altri. Mike è stato un uomo che non ha mai incitato alle divisioni, a creare le fazioni per condannare alcuni e nobilitare altri. Piuttosto, ha sempre cercato e spinto a convivere con gli altri e capirli. Quando, come capita, nascevano diverbi nei quiz, lui cercava di superarli con la comprensione. E, in fondo, questo è uno dei compiti della tv: avere capacità di comprensione e indurre gli spettatori a superare anche le posizioni più diverse.Lei parla di «una televisione fatta per la gente e non per l’audience». In pratica, l’opposto della tv commerciale che Mike Bongiorno tenne però praticamente a battesimo e che lo ha visto protagonista per oltre trent’anni.Non voglio fare il processo ai miei successori ma è stata la Rai a farsi scappare Mike e gli altri che, come lui, sono andati a Mediaset. Del resto, il desiderio di guadagnare di più è legittimo. Quasi tutti quelli che se ne sono andati, però, sono tornati indietro delusi, perché il pubblico non ha gradito il loro trasferimento e si è sentito tradito. A Mike non è successo perché lui, anche nella tv commerciale, non ha cambiato il suo rapporto col pubblico.E la pubblicità? Le telepromozioni?Quelle, ormai, fanno parte dell’andamento generale di tutta la televisione, commerciale e non. Lui si è adeguato agli andamenti della pubblicità debordante ma non si è piegato all’imperio assoluto degli interessi pubblicitari e, ripeto, ha portato avanti il suo rapporto sereno col pubblico che ha continuato a seguirlo, non si è sentito tradito. Checché se ne dica, la gente non ama la televisione violenta, spregiudicata, urlata. Preferisce i presentatori misurati come lui, che non urlano, non sopraffanno e non cercano di mettere i buoni contro i cattivi.Ad un certo punto, però, il rapporto con Mediaset si è interrotto e Mike si è sentito abbandonato proprio da quella tv che aveva contribuito a far nascere. Il suo modo di pensare e fare la televisione non andava più bene? Non era più adatto ai tempi e ai modi di oggi?Non credo si tratti di questo. C’è un po’ in tutte le televisioni, e lo dico senza nemmeno lamentarmi, l’idea che, dopo una certa età, un uomo di comunicazione vada messo da parte. In questo, purtroppo, c’è l’influsso sbagliato del mondo della pubblicità che ormai comanda in tutte le televisioni, Rai inclusa, e che impone il cosiddetto target 25-45 anni. Io dico che quella tra i 25 e i 45 anni è anche una fase bella della vita, io stesso la ricordo con piacere. Però è un target sbagliato perché non rappresenta, certo, l’unica fase significativa. Anche perché, e qui faccio un discorso strettamente pubblicitario, a quell’età la volontà di spendere sicuramente è forte ma non sempre corrisponde alla possibilità e alla capacità di farlo. È un calcolo tecnicamente sbagliato di una pubblicità che spesso presume troppo di sé e crede di possedere formule magiche.