Agorà

Televisione. Dopo i Comandamenti tv, Papa telefona a Benigni

giovedì 18 dicembre 2014
Una telefonata che non si dimentica. È quella che ha ricevuto Roberto Benigni martedì sera da Papa Francesco. Dal Vaticano nessuna conferma o smentita, ma monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia "non sorprende" questo ulteriore gesto di Bergoglio. "Non sorprende affatto - ha detto monsignor Paglia - che Papa Francesco abbia chiamato Roberto Benigni. La sua trasmissione sui Dieci Comandamenti si inserisce bene nel solco della Chiesa 'in uscita' voluta da Bergoglio. In questo caso si tratta di 'artisti in uscita' che sanno utilizzare il bagaglio della sapienza biblica senza però tanti orpelli". Monsignor Paglia ha sentito l'attore toscano al telefono: "Era molto sorpreso da questo boom di ascolti. Non mi ha detto i contenuti della chiamata (con Papa Francesco, ndr) ma l'abbiamo presupposto", ha aggiunto ridendo in una intervista a Famiglia Cristiana, senza però, come ha anche detto in altra occasione, volere confermare o smentire in modo, come dire, ufficiale. "Non confermiamo ma neanche smentiamo la notizia - dice il vicedirettore della sala stampa vaticana, padre Ciro Benedettini -. Si tratta di telefonate private del Santo Padre" e normalmente l'ufficio deputato alla comunicazione della Santa Sede in questi casi non interviene. Ma sono invece diverse le fonti vaticane secondo le quali quella telefonata c'è stata. Lo afferma l'agenzia Ansa. Il Papa argentino ha voluto complimentarsi di persona con Benigni. "Lo ha chiamato dopo la prima puntata", precisano le stesse fonti. Secondo quanto raccontano le persone più vicine al pontefice, normalmente Francesco non guarda la televisione. Non vide neanche la finale dei Mondiali, con la sua Argentina, nonostante sia un appassionato di calcio. Ma forse in questo caso, per "I dieci comandamenti" di Benigni, dicono sempre le varie fonti vaticane all'Ansa, potrebbe aver fatto un'eccezione. Benigni, secondo atto d'amore (di Umberto Folena)Poi giunge la seconda serata, quando cielo e terra si toccano e gli ultimi sette Comandamenti regolano i rapporti tra gli uomini. Praticamente tutto. In cento minuti. E lui, Benigni, che fa? Dopo il trionfo del lunedì non era semplice replicare al martedì. Gli italiani erano rimasti affascinati, o almeno incuriositi? Oppure si erano annoiati, abbastanza da non aver alcuna voglia di sorbirsi altri cento minuti di sermone? E allora, che fa Benigni? Fa delle scelte. Alcune cose le dice, altre le tace perché tutto non ci sta in cento minuti e perché alcuni temi sono al calor bianco e dividono, non solo gli ebrei dai cristiani, ma soprattutto i cristiani tra di loro. “Onora il padre e la madre”, ad esempio, evoca il fatal dibattito, persino la guerriglia verbale sul matrimonio gay e i figli in provetta e la bioetica tutta. Comandamento scorretto, Benigni non lo dice ma meglio sarebbe ritoccarlo: “Onora il genitore uno e il genitore due”… La polemica sarebbe alla portata di mano, ma Benigni si limita a tradurre: “Onora la vita”. E “Non uccidere”? È coraggioso, Benigni, nel negare ogni legittimità alla pena di morte, senza eccezione alcuna, perché non è pacifico né scontato, in Italia dove non c’è come negli Usa dove c’è, dire che è inflitta «non per giustizia ma per motivi politici, economici o religiosi, o per semplice crudeltà». Se avesse cercato il facile consenso, avrebbe taciuto. Però non si pronuncia su aborto ed eutanasia. Scelta vile? No, scelta scaltra. Qualunque cosa avesse detto in proposito, da martedì sera il dibattito sui duecento minuti di Comandamenti sarebbe stato tutto e soltanto sull’aborto o sull’eutanasia o sul matrimonio gay, facendo sparire tutto il resto. Le regole d’impatto di stampa e tv italiana le conosciamo bene. “Non commettere adulterio”… Troppo forte la tentazione di scherzare su chi l’ha ridotto a “non commettere atti impuri” o all’incomprensibile (specialmente per un bambino o un ragazzo) “non fornicare”. E a qualcuno, specialmente se poco dotato di autoironia, sarà dispiaciuto, o si sarà perfino sentito offeso. Ma due battute da clown non possono oscurare la conclusione: «Il senso ultimo del comandamento è proteggere l’amore, in particolare la fedeltà».  C’è spazio anche per la verità («L’unico modo per cercarla e trovarla è cominciare a dirla e dirla sempre») per un Comandamento, “Non dire falsa testimonianza”, che condanna anche il giudizio dato senza prove e la parola che distrugge anziché costruire.  Benigni procede forse con minor brillantezza rispetto a lunedì ma fedele al suo filo conduttore: le ragioni dell’anima, la riscoperta della coscienza, il primato dell’amore. Gli ultimi Comandamenti mettono in guardia dal demone del possesso, del «lato oscuro del desiderio: la bramosia e la concupiscenza», il «volere tutto senza saper gioire di nulla».  È finita? No, manca il comandamento più grande, quello che li racchiude tutti, quello donatoci da Gesù. “Amare Dio sopra ogni cosa, amare il prossimo come noi stessi”. Amare e amarci: «Non ci rimane molto tempo, affrettiamoci ». Benigni non lo nomina, ma possiamo intenderlo come un invito a vivere il Natale imminente «inchinandoci davanti al mistero». L’ultima parola è lasciata a Walt Whitman, alla sua domanda sul senso (sull’insensatezza?) della vita: «Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita? Che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso». E un verso – il verso di un poeta sulla carta, il “verso” che ciascuno di noi scrive ogni volta che fa trionfare i Comandamenti – è sempre un atto d’amore.