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Anteprima. "Sole alto": raccontare i BALCANI con l'amore

EMANUELA GENOVESE giovedì 21 gennaio 2016
L’amore, l’ultima risposta alla guerra. È l’asse portante di Sole Alto, il film del croato Dalibor Matanic, che aprirà il 22 gennaio il 27° Trieste Film Festival, premiato con il Prix du Jury in Un certain Regard al Festival di Cannes. Il regista, al suo settimo lungometraggio, dopo l’esordio a 25 anni, racconta venti anni di conflitto della sua terra, devastata dall’odio etnico e dalla violenza. E lo fa scegliendo l’amore vero, ora ostacolato, ora represso e poi vigliacco di due ragazzi, protagonisti di tre storie e tre decadi diverse. Passano gli anni ma Matanic fa una scelta stilistica precisa: diversi personaggi, ma gli stessi due (e bravi) attori, Tihana Lazovic e Goran Markovic. Lei è serba, lui è croato. 1991: Yelena e Ivan sono due giovani spen- sierati. Il sole accompagna una giornata diversa per i due fidanzati, mentre luccica su quel lago, che divide e unisce due territori. I due hanno programmato una fuga a Zagabria, una città dove è più facile vivere il loro amore. Il fratello di Yelena si è arruolato forse per vendicare la morte del padre. E non sopporta perciò che sua sorella frequenti ragazzi croati. Alle armi dei giovani serbi, che controllano il confine, il ragazzo innamorato e perciò non del tutto capace di calcolare le conseguenze delle sue azioni, risponde con una tromba, la stessa che allietava una piccola festa di quartiere. Il loro è un amore nato per essere ostacolato, diverso da quello fisico che nascerà venti anni dopo tra Natasha e Ante, il giovane operaio croato chiamato a ristrutturare la casa serba bombardata. I palazzi rovinati, senza tetto e traforati, sono il ricordo costante di quella guerra. E sarà l’odio, anche nella consumazione di un rapporto d’amore, il sentimento che Natasha nutre verso Ante, quel croato che è simbolo di un popolo che ha tolto la vita al fratello, l’unico che le ha insegnato tutto, perfino la musica da ascoltare.  2011, dieci anni dopo. Gli errori si pagano. Ma non sempre. E Marija, ragazza serba abbandonata mentre era in attesa di un figlio dal compagno croato Luka, non vuole perdonare. «Sole alto – ha raccontato il regista – nasce da una frase che mia nonna, che mi ha sempre dato un amore incondizionato, era solita dire quando le parlavo delle mie ragazze. Mi diceva: “Purché non sia una di loro!”, riferendosi alle donne serbe. Mi trovavo disorientato rispetto a questa sua affermazione: mi chiedevo come mai una donna con un cuore così grande potesse dire una frase del genere. Scavando in profondità ho capito come le persone possono perdere la ragione, creare paure e false sicurezze quando l’altro, il diverso non è presente. Con questo film ho voluto vedere se fosse possibile collocare l’amore sopra ogni cosa, in un contesto del genere, e ho tradotto in riflessione cinematografica quella frase così agghiacciante e, purtroppo, così vicina a me».  Una riflessione che è stata subito colta dalla Croazia, dalla Slovenia e dalla Serbia, unitesi per produrre questo film che affronta l’odio dei popoli balcanici usando pochissima violenza e senza immagini di guerra. E il regista lo fa con intelligenza – anche se a volte sceglie svolte narrative semplicistiche – e senza buonismo, dimostrando come le ferite inferte dalla brutalità umana si rimarginano più lentamente. I conflitti familiari, riflesso dell’odio etnico e bellico, guidano, quasi in automatico, i protagonisti, ma il sole alto, che dà il titolo a questo film, è capace di non bruciare quei semi di gentilezza e amore che la terra balcanica sta coltivando.