Agorà

Inchiesta. Baby campioni. Le due facce del pallone

Andrea aronni mercoledì 9 aprile 2014
La stangata rifilata dalla Fifa al Barcellona in merito alla compravendita irregolare di giovani giocatori ha riaperto in maniera brusca il dibattito sui vivai, e sulla loro natura nel calcio e nella società del terzo millennio. Il potentissimo club blaugrana pochi giorni fa è stato ritenuto colpevole di avere violato per 10 volte la normativa internazionale che impedisce di acquistare o cedere atleti extracomunitari di minore età. E per questo, è stato sanzionato dalla commissione disciplinare della Federazione calcistica internazionale con l’impedimento a compiere qualsiasi operazione per le prossime due sessioni di mercato. I giocatori in questione sono un gruppo di talenti di origine sudamericana, africana, sudcoreana, e da tempo - in attesa di una decisione sulla loro situazione - era loro stato inibito di disputare partite ufficiali. Le loro famiglie, per larga parte residenti a Barcellona, si sono ribellate: «Continuano ad allenarsi e a stare con noi perché i loro genitori lo vogliono, ritengono che non ci sia migliore percorso ed educazione di quelli che possono ricevere qui», ha tuonato il neo-presidente barcelonista Bartomeu, succeduto a Rosell, già atterrato dallo scandalo Neymar. E proprio su questa rivendicazione, su questo punto, si apre la riflessione su quanto possa essere complessa l’identificazione del confine tra il male - vedi la logica mercantile e la possibile deriva in età ancora verdissima - e il bene, vale a dire la crescita umana, sportiva, culturale ed economica (sua e dei suoi prossimi) di un ragazzo spesso e volentieri proveniente dal sud del mondo. È chiaro a tutti che la Federazione mondiale, fissando dei paletti alla libera circolazione dei giovanissimi in tutto il pianeta, ha inteso soprattutto mettere un freno all’imbevibile cocktail servito da globalizzazione, legge Bosman e nuove e losche figure entrate a fare parte del business pallone. Ci si riferisce ai tanti, troppi esempi di vera e propria tratta di minori (specie africani) attratti in Europa da dubbissimi mediatori e poi piazzati alla meglio in club ben lontani dal concetto di "Academy", se non addirittura lasciati a se stessi, praticamente per strada, in condizioni di estrema difficoltà. Ma proprio il Barcellona, che del settore giovanile, della sua mitica "cantera" ha fatto un marchio di fabbrica, ha gettato sul tavolo l’altra faccia della medaglia della questione, la più evidente e brillante. Effigiato c’è Lionel Messi, caso-limite del riuscitissimo prodotto finito calcistico abbinato alla funzione rivendicata da Bartomeu, vale a dire quella di educatori e nel caso della Pulce persino di "salvatori", o di guaritori: è storia nota quella delle costose cure (con tanto di operazione chirurgica) che consentirono al ragazzino Leo di eliminare la malattia che minacciava di pregiudicarne lo sviluppo. "Messino" fu prelevato dal Barcellona solo 13enne dalla sua Rosario, in Argentina: era il 2001, giocava nel Newell’s ed è indubbio che la sua società abbia ricevuto dei soldi per lasciarlo andare. Qui giocò un ruolo decisivo la posizione dei genitori, specie del padre, a cui i blaugrana assicurarono alloggio e lavoro in Catalogna.Ma quello di colui che - guarito e fatto crescere in un ambiente adatto a diventare un campione - pochi anni dopo sarebbe diventato il più forte giocatore del mondo, è solo la punta dell’iceberg. Molti sono i genitori che - nella consapevolezzo (o nell’illusione) di avere un baby talento tra le mura di casa -, gestiscono le scelte e conseguentemente la vita del loro piccolo alla stregua di un calciatore adulto e vaccinato. È successo anche in Italia, più volte: il papà di Federico Macheda, poi arrivato fino alla Under 21, ha di fatto reso professionista il figlio portandolo a soli 11 anni dalla Calabria alla Lazio e quindi, a 16, al Manchester United con ricco contratto e occupazione assicurata per sè. Appare allora evidente che a fronte di qualsivoglia normativa, di ogni pur lodevole attività di controllo da parte degli enti del calcio, sono e saranno sempre i genitori, i nuclei familiari a occupare il ruolo fondamentale nella gestione dei trasferimenti nella verde età. Esistono però anche esempi differenti. Tra Udine e Milano non intercorre certo la distanza in chilometri e modi di vita esistente tra Barcellona e la Corea del Sud, dove gli scout catalani sono andati a pescare uno dei virgulti sospesi,  definito un nuovo Messi. Eppure i genitori di Simone Scuffet, baby prodigio nella porta dell’Udinese, hanno detto no solo lo scorso gennaio al passaggio al Milan ritenendo prioritarie le esigenze scolastiche del loro ragazzo, che frequenta la quarta superiore. Ma a Udine si sta bene, benissimo, e il casello dell’autostrada verso la gloria è sempre aperto: non è così in qualche remoto angolo del mondo. E senza inibire la possibilità di integrazione e affermazione del millesimo, la sfida è evitare l’illusione, la crisi in certi casi la de-socializzazione degli altri 999. Mandare un messaggio al grande Barcellona come ha fatto la Fifa è stato giusto, o comprensibile: e tutto, statene sicuri, si risolverà. Ma la battaglia vera per tutelare i ragazzi del pallone si combatte lontano dai collegi all’inglese, dai verdissimi centri di allenamento. Blatter abbia il coraggio, o la voglia di spingersi fino là.