Agorà

BANDERUOLE. La fierezza di andare dove tira il vento

Roberto Beretta lunedì 28 ottobre 2013
Sta in alto lassù, cercando di assecondare docile le correnti: e per questo tutti la prendono di mira, additandola come simbolo di persone incostanti o peggio prezzolate, voltagabbana indegni di affidabilità... È ora di riabilitarla, povera banderuola! Non merita tanto discredito il suo onesto girar su se stessa sopra i tetti. Lei non fa altro che il suo mestiere alla pubblica vista, indicando la direzione dei venti momento per momento, senza stancarsi e senza piegarsi mai: che c’è di più paziente, umile, costante, esatto di questo? In Francia – sarà perché è un Paese più ventoso, meno difeso dai monti – la trattano assai meglio; ci sono interi siti Internet dedicati alle girouettes e oltre 50 artigiani specializzati che le fabbricano «su misura», per ogni esigenza e professione, tenendo conto persino del materiale della casa su cui verrà collocata e del paesaggio: perché la banderuola è anche una «piccola bandiera», come rivela il nome stesso, e dunque si presta a tramutarsi in insegna solo che si cambi il tradizionale galletto con qualunque altra figura simboleggi un mestiere. Molte se ne trovano anche in Germania, Belgio, nei Paesi nordici e nel mondo anglosassone. E adesso anche in Italia sembra ci sia una piccola rinascita grazie ai negozi di oggettistica e ai kit di automontaggio, dopo decenni in cui antenne e parabole sembravano aver spodestato dai tetti il tradizionale indicatore dei punti cardinali. D’altronde, siamo o no il Paese dei mille campanili? E là sopra la banderuola sta proprio al posto giusto. Certo non quella che mostra una strega a cavallo della sua scopa: soggetto in lamiera stampata che va di gran moda come regalo inatteso per i nostri Natali secolarizzati. Ma il galletto – che è poi quello di san Pietro: il pennuto annunciante il tradimento del capo degli apostoli e che da allora indica la vigilanza necessaria alla vita spirituale (del resto il gallo era animale «solare» anche presso i pagani) – quello sì.Infatti si dice sia stato un papa a prescrivere che ogni chiesa avesse al suo massimo pinnacolo la riproduzione metallica del re del pollaio; quando però si scende a chiederne il documento, c’è chi indica una bolla di Niccolò I nel IX secolo, chi un provvedimento di Leone IV – che sempre nello stesso giro d’anni avrebbe autorizzato la collocazione di una banderuola sulla vecchia basilica di San Pietro –, chi ancora risale a un non precisato pontefice del XII secolo. L’incertezza prosegue sul significato da attribuire a tale presenza. Simbolo del tradimento petrino a parte, si accreditano infatti altre letture non meno «teologiche» del pennuto da campanile: come animale mattutino, altero e canterino, il gallo indica i monaci pronti a svegliarsi all’alba per elevare – come lui – inni al sole nascente di Cristo. Oppure è il predicatore che chiama le anime alla vita cristiana, come credeva il vescovo Guglielmo Durando alla fine del XIII secolo: «I predicatori sono come il gallo che si erge contro il vento, quando si levano contro i ribelli e li riprendono, resistendo con forza». Per altri ancora il galletto sarebbe il simbolo di Cristo stesso, alzatosi a nuova vita nell’alba di Pasqua (l’ora del chicchirichì) e annunziante il passaggio dalle tenebre alla luce... Secondo un’interpretazione più «materialista», invece, la presenza della banderuola al culmine della cupola costituirebbe soltanto una certificazione del corretto orientamento della chiesa, che doveva avere l’abside rivolta a est; tanto che, se ciò per fatti contingenti non avveniva, il gallo veniva sostituito da una stella o una mezzaluna. In realtà, nessuno conosce bene l’origine di tale uso. Anche sull’anzianità dei segnavento le ipotesi si sprecano. Oltre ai soliti cinesi che lo usavano tremila anni ante Cristo, infatti, sappiamo che ad Atene nel I secolo a.C. sorgeva un’apposita «torre dei venti» con un tritone capace di segnalare la provenienza di ben 8 correnti atmosferiche; Vitruvio attesta poi che pure i romani conoscevano la banderuola, per non parlare dei vichinghi, i quali la ponevano sulla prua delle navi (una rimane in un museo di Copenhagen).Tra quelle cattoliche, invece, il primato spetterebbe al gallo bronzeo posto dal vescovo Ramperto nell’820 sul campanile romanico della chiesa di San Faustino a Brescia, dove è rimasto sino al 1910 (mentre ora è custodito al museo di Santa Giulia). In Inghilterra un galletto girevole è segnalato sulla chiesa di Winchester, nello Hampshire, intorno al X secolo; poco dopo un oggetto simile apparirà sulla celebre tapisserie de Bayeux, arazzo che celebra la conquista normanna dell’Inghilterra nel 1066. In Svizzera non si va troppo lontano: il primo pennuto segnavento risale al 1025, manco a dirlo nell’abbazia di San Gallo, dalla quale due ladri avevano tentato di rubarlo credendolo fatto d’oro. Tuttavia esisteva anche la banderuola «laica», anzi per secoli il suo uso venne riservato – oltre che alle chiese – ai soli nobili. Spesso aveva forma di stendardo e talvolta riproduceva l’araldica di famiglia; più era ornata, e più importante era il casato di chi la sfoggiava. Nel 1659 dovette intervenire un decreto del parlamento di Grenoble per concederne l’uso anche a chi non aveva sangue blu, almeno finché nel 1791 la Rivoluzione francese non giunse a proclamare l’égalité anche nel diritto alla banderuola sopra il comignolo. Detto fatto: oggi un «anemoscopologo» («osservatore dei venti») ha censito oltralpe oltre 4000 diversi modelli di girouettes e fino a non molti anni or sono a Chef-Boutonne, villaggio dell’ovest della Francia, si è celebrato addirittura un Festival della girouette.Perché ormai l’offerta è pressoché illimitata: le banderuole possono essere in plastica e in plexiglass, colorate e con inserti in vetro, alcune hanno ormai forme astratte e tridimensionali come sculture... Dal mondo anglosassone giungono le whirligigs, che accoppiano una girandola a un sistema per generare il movimento di strani meccanismi: tanto più frenetico quanto più soffia la buriana. Ma qui siamo già nel settore infinito dei giochi d’aria, ben più ampio dei segnavento: che, sotto l’apparenza ludica, conservano pur sempre l’aspetto serioso di uno strumento meteorologico. Eppure così semplice che una buona banderuola si può costruire anche da soli, anzi si tratta di un oggetto che molti tengono a personalizzare al massimo; la tecnica è elementare, se si tengono presenti alcune regole come la posa dell’asta su un perno molto scorrevole (alcuni usano sfere di vetro) e l’equilibrio di pesi tra i due bracci orizzontali – però nello stesso tempo la differenza di superficie esposta al vento, in modo che il castello possa girare meglio. Il materiale preferito resta in ogni caso il metallo, col nero del ferro verniciato o il luccicante rame. La banderuola infatti è anzitutto un’ombra cinese, da stagliare sul lenzuolo a volte azzurro a volte nuvoloso del cielo; e a questo non servono i volumi, bastano i contorni di una silhouette appesa poco sopra la scrittura dei tetti. Come un timbro apposto su un discorso lasciato a mezz’aria.