Agorà

ITALIA DELUSA. «Baarìa» fuori dagli Oscar Nuova ferita per Tornatore

Ilario Lombardo giovedì 21 gennaio 2010
E anche questa volta Peppuccio Tor­natore resterà a guardare la serata di gala comodamente da casa. B aarìa non convince gli americani e non sfonda il muro delle candidature stranie­re per la serata degli Oscar: dalla lista ini­ziale di 65 film selezionati in giro per il mondo ne sono stati scelti solo 9. E tra questi non c’è l’ultima fatica del regista si­ciliano, l’opera omnia della sua vita, quel­la su cui lui e l’Italia cinematografica ave­vano puntato tanto, forse troppo. Dato che una dopo l’altra, dalla Mostra del ci­nema di Venezia, dove era uscito sconfit­to tra gli sconfitti, B aarìa ha raccolto mol­ti applausi ma nulla di più. I soliti cam­panelli d’allarme erano arrivati nemme­no due giorni fa quando dalla platea dei Golden Globe ad alzarsi per ricevere il pre­mio del miglior film straniero era stato Mi­chael Haneke per il Nastro Bianco e non Tornatore. Però una cosa è quel ricono­scimento, consegnato dalla stampa stra­niera negli Stati Uniti, un’altra è prendere la sonora batosta direttamente da Hol­lywood e da tutto il gotha del cinema a­mericano. Uno schiaffo di indifferenza dritto dritto in faccia al nostro cinema, che ha in Tor­natore uno dei massimi e più apprezzati rappresentanti negli States. Costato 25 mi­lioni di euro, accompagnato da un’aura di unità nazionale (e politica) come rara­mente si vede di questi tempi, promosso dalla Medusa in ogni dove (solo Avatar da noi ha fatto di più quanto a invadenza pubblicitaria), B aarìa sembrava avere tut­te le carte in regola per riuscire là dove non era riuscito nessuno negli ultimi anni. Nemmeno, forse, Gomorra, con cui Baarìa condivide da ieri il destino dell’occasione mancata. Kolossal intimista e assieme spettacolare, con quella dose di emozio­ne che rende il cinema «bigger than life» e che tanto piace agli americani, era il film della vita di Tornatore, il suo amarcord dalla terra del vento, dalla polvere dei suoi ricordi d’infanzia. Ma non è bastato. Ep­pure, molti, quasi tutti, a partire dai criti­ci, avevano visto nella storia di Peppino, pastore e comunista, mescolata ai grandi eventi del secolo breve italiano, una sor­ta di continuazione ideale di quel Nuovo Cinema Paradiso che inaspettatamente venti anni fa lanciò il nome di Tornatore nell’empireo dei cineasti. Allora l’Aca­demy Awards lo premiò e acclamò come una nuova promessa. Adesso era il tem­po delle certezze e il riconoscimento del­la maturità: e la statuetta degli Oscar in questi casi è quella firma in calce capace di licenziare un classico per gli anni a ve­nire. «Nella storia degli Oscar la gioia si mescola talvolta alla delusione», ha detto a caldo il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro. Delusione che Tornatore non nasconde, anche perché nei suoi pas­saggi in Canada e negli Stati Uniti, Baarìa aveva commosso platee di spettatori. Ma stavolta i selezionatori hanno guardato a storie politicamente e socialmente più e­splicite e già premiatissime in altri festi­val. Stiamo parlando del solito Nastro bianco di Michael Haneke, fresco di Gol­den Globe e che, dopo la Palma d’Oro a Cannes, si prenota per la vittoria il 7 mar­zo. Ma anche Il canto di Paloma della pe­ruviana Claudia Llosa, trionfatrice a Ber­lino, e Un prophète, vincitore del Gran Pre­mio della giuria sempre a Cannes. Gli al­tri sono: El secreto del Sus Ojos (Argenti­na), Samson and Dalilah (Australia), The world is big and Salvation Lurks around the Corner (Bulgaria), Un prophète (Fran­cia), A jami (Israele), Kelin (Kazakhstan), Winter in Wartime (Olanda). Quasi tutti provenienti da Europa e Sud America. Si nota l’altra grande assenza, Pedro Al­modòvar e il suo Gli abbracci spezzati. Il regista Giuseppe Tornatore sul set del film «Baarìa», escluso ieri dalla corsa all’Oscar