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L'ARTISTA AL FESTIVAL. Ovadia: «Io, un ebreo tra i francescani»

Fulvio Fulvi venerdì 27 settembre 2013
Attore, scrittore, drammaturgo, musicista, compositore, cantante. Ebreo, bulgaro di nascita e milanese di adozione, Moni Ovadia ama dialogare con chi è diverso da lui, ne ha fatto quasi una missione culturale. Maestro nell’umorismo ebraico basato sul paradosso, Ovadia è "specializzato" nell’interpretare la musica etnica e popolare di vari Paesi. Domani l’artista approda al Festival Francescano che si svolge a Rimini dove sul sagrato del Tempio Malatestiano parlerà (ore 11.30) di "Esodo verso la libertà".  Lei si definisce un "ebreo agnostico", come mai, allora, ha deciso di partecipare al Festival Francescano incentrato sulla fede e sul tema del "cammino"?Io non mi considero religioso ma ho da sempre un grande interesse per la spiritualità, che è il territorio dove gli uomini si incontrano. E questo fa parte del cammino di ognuno nella ricerca di una libertà interiore. Vivo in un Paese cattolico e quindi mi misuro con questa realtà, intrattengo relazioni. Sono molto colpito dall’apertura del cardinale Ravasi, ho apprezzato molto padre Turoldo. Inoltre, ebraismo e cattolicesimo hanno una comune matrice etica e oggi, per non finire nel baratro, c’è bisogno di una rivoluzione spirituale che parta da qui e coinvolga tutti, anche i pensieri più avanzati non religiosi. "Esodo verso la libertà" sarà una conferenza o un monologo teatrale?Parlerò con la mia solita libertà rapsodica dell’esodo come esperienza centrale dell’uomo, necessaria a combattere l’oppressione dell’idolatria del consumismo e del denaro. Ma è possibile cambiare la realtà con l’arte, facendo spettacolo? L’agire artistico permette di essere parte del cammino di redenzione. Non è l’unico modo, beninteso, ma è il più potente perché tocca non solo la mente, l’anima, il cuore  ma anche la dimensione estetica. Sabato scorso, in Canton Ticino, ha portato il suo spettacolo "Registro dei peccati": un altro invito a riflettere sulla spiritualità?È un tentativo di recuperare il khassidismo, la celebrazione della fragilità umana e della sua bellezza, appunto, un grande insegnamento annientato dalla Shoah. E in cosa consiste?Teillard de Chardin scrisse: "Noi non siamo esseri materiali che vivono un’esperienza spirituale, noi siamo esseri spirituali che fanno un’esperienza materiale". Gli ebrei del khassidismo come forse nessun altro in Europa hanno incarnato nel loro modo di vivere concreto e mistico la straordinaria intuizione del grande teologo francese. Io lo racconto sotto forma di umorismo, canto e narrazione.Lei è molto legato a Milano dove ha mosso i primi passi in teatro, al Pierlombardo, con Franco Parenti: che ricordo ha di quell’incontro e di quell’esperienza?Ho ricevuto da Franco, che era un grande teatrante, un pensatore, una attenzione che non ho mi è più capitata nella mia vita di artista. Ha riconosciuto la mia specificità teatrale permettendo innanzitutto a me stesso di capirmi. Così ho potuto continuare il mio cammino di outsider, stilistico e di contenuti, nel campo del teatro musicale, e di trovare un mio pubblico. Perché il mio impegno di artista riguarda da sempre la diaspora del Centro Est Europa, l’ebraismo di esilio.