Agorà

INTERVISTA. Ashkenazy: la musica, vero antidoto alla violenza

Pierachille Dolfini venerdì 24 luglio 2009
«L’ unica cosa che posso fare? Suonare. Perché la musica, ne sono convinto, può aiu­tare la gente a dialogare e può creare le condizioni perché la violenza cessi». V­ladimir Ashkenazy, grande pianista e da qualche anno apprezzato direttore d’or­chestra, si dice sconcertato dalle notizie che arrivano dalla sua Russia (la sente ta­le il musicista nato a Gorkij nel 1937 an­che se dal 1972 è cittadino islandese). «La morte della giornalista cecena Natalia E­stemirova è sintomo della difficile situa­zione che oggi sta vivendo tutta l’ex U­nione sovietica, provata da troppi anni di regime comunista » . La fiducia nel futuro, co­munque, Ashkenazy, che domani sera concluderà la rassegna Incontri in ter­ra di Siena dirigendo l’Or­chestra di Padova e del Ve­neto nella cornice di Villa La Foce a Chianciano, non l’ha persa. «La ripongo – dice – nella musica e nei giovani» . Non sarebbe meglio, maestro Ashkenazy, affi­darsi a politica e diplo­mazia piuttosto che a ra­gazzi che suonano Mo­zart e Beethoven? Suonare insieme è una grande scuola di democrazia. Lo sperimento ogni volta che dirigo la European union youth or­chestra, l’Orchestra giovanile europea che ho portato due anni fa proprio al fe­stival toscano. Una formazione dove gio­vani di diverse nazioni imparano a stare insieme attraverso la musica. Sono sicu­ro che l’esperienza tra i leggii li potrà aiu­tare un domani ad abbattere le barriere che ancora ci sono. Certo in Europa il compito, tutto sommato, è facile. Ma il messaggio che lanciamo al pubblico – quest’anno, ci hanno ascoltato più di 4mila persone, molte delle quali giovani – è che quella del dialogo è una via che vale sempre la pena percorrere. Sarà anche il messaggio che domani lan­cerà a Chianciano? Con l’Orchestra di Padova e del Veneto e il pianista Pascal Rogé abbiamo scelto la Sinfonia n. 1 di Porkof’ev, Notte trasfigu- rata di Schönberg e una pagina rara e in­tensa come Alba che Francis Poulenc scrisse in un momento difficile e trava­gliato della sua esistenza. Una partitura dove dialogano diverse arti dato che è stata scritta per orchestra, pianoforte e tre danzatori: il mito di Diana sarà affi­dato alle coreografie di mia nuora Ales­sandra Ashkenazy. A proposito, anche suo figlio Vovka è pia­nista, ma lei, ormai, ha dato l’addio al­la tastiera. Scoraggiato dall’ondata di pianisti cinesi in arrivo in Occidente? Non direi, non mi spaventano questi gio­vani colleghi: nella musica c’è posto per tutti, purché abbiano talento. Ho detto addio al pianoforte solo in concerto, ma ogni giorno a casa mi esercito al pia­noforte. In pubblico preferisco dirigere, una passione che ho coltivato negli an­ni e che mi ha visto sul podio più di mil­le volte. Per ora mi limito a brani sinfo­nici, ma un giorno mi piacerebbe dedi­carmi all’opera: Cajkovskij, Strauss o il vostro Puccini, da proporre, perché no, qui in Italia. Se l’opera sopravviverà: in questi gior­ni in molti hanno lanciato l’allarme do­po i tagli al Fus. Ho seguito la vicenda e devo dire che mi lascia fortemente sconcertato: lascia molto amaro in bocca vedere come una nazione dove ovunque si respirano cul­tura e bellezza abbia così poca consi­derazione per un patrimonio tanto pre­zioso.