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Arte & Donne. L'altra faccia dell'Art Brut? È tutta femminile

Alessandro Beltrami venerdì 8 marzo 2019

Julia Krause-Harder, «Protocceratopos» (2015)

Liberare l’arte è una delle parole d’ordine più forti che separano la storia antica del fatto creativo (fondata su gerarchie ben strutturate, dalla formazione ai generi alla natura professionale dell’artista) dalla moderna. È una emancipazione che corre parallela a quella di categorie che hanno ridisegnato completamente il profilo della società e della cultura. Uno degli assi portanti di questa trasformazione ha come estremi la scoperta dell’inconscio e del mondo sommerso della psiche, al centro del fenomeno surrealista la cui portata va ben oltre il gruppo di Breton, e dall’altra riconsiderazione di ciò che è malattia e patologia, un approccio che tende a riportare all’interno della comunità ciò che nei secoli è stato tenuto a margine. In questa seconda “metà” un vero e proprio punto di snodo è dato dall’invenzione nel 1945 da parte di Jean Dubuffet del concetto di Art Brut, letteralmente “arte grezza”, intesa come arte spontanea, prodotta senza filtri culturali da outsider, persone con problemi psichiatrici, figure eccentriche e borderline. È una categoria che ingloba il naïf, si allarga tutti coloro che sono estranei al sistema, e che oggi è in piena espansione con l’inclusione artisti “medianici”, “lupi solitari” e disabili tanto fisici e mentali.

L’intuizione di Dubuffet ha generato «un forte cambiamento di paradigma, che alla fine ha portato alla pietra di fondazione di una nuova lettura integrativa della “creatività psicopatologica”» scrive Ingried Brugger nel catalogo della mostra che il Kunstforum Wien dedica all’Art Brut femminile, la prima in assoluto di questo tipo. Il percorso, con oltre 300 opere, impiega retrospettivamente il termine, risalendo fino al 1860, e giunge fino a oggi documentando il lavoro di 93 artiste donne da ventuno Paesi diversi. Sotto questa prospettiva particolare – la componente femminile, per motivi anche di ordine storico che la accomuna alla storia della creatività femminile in generale, è stata spesso sottorappresentata nell’Art Brut – non si rivela una reale specificità di genere se non nella presenza di temi drammaticamente caratterizzati come violenze e abusi sessuali. Ecco perché, pur muovendosi su un terreno particolare, la mostra finisce per essere una storia di tutta l’Art Brut.

A spingere in questa direzione è la struttura molto interessante che, invece di seguire un percorso cronologico, si struttura in una prima parte dedicata alle quattro principali collezioni internazionali di Art Brut – tra cui naturalmente quella avviata da Dubuffet e confluita a Losanna – per dedicare poi le ultime cinque sale all’attualità e alla sempre maggiore uscita da quel-l’ottica “patologica” che ha avuto la funzione di portare alla luce il fenomeno. La collezione più antica (riscoperta da Szeemann e che oggi conta 26.000 opere) è infatti quella avviata da Hans Prinzhorn, psichiatra dell’Universitätsklinikum di Heidelberg, il quale nel 1922 pubblicò L’arte dei folli. L’attività plastica dei malati mentali. È un libro che suscitò l’attenzione di molti artisti come Kubin, Klee e naturalmente i surrealisti. È però altrettanto significativo che nel 1938 Karl Heinz Schneider, divenuto direttore della clinica psichiatrica di Heidelberg, abbia prestato il materiale del museo fondato da Prinzhorn alla mostra nazista sull’arte degenerata perché servisse come referenza alla “natura patologica” dell’arte contemporanea.

L’Art Brut effettivamente mette ancora in crisi molti dei punti di vista comuni sul- l’arte (e che in un certo senso si riflettono sugli sberleffi ciclici dei quadri contemporanei fatti da animali), dall’“abilità” in poi. Questi quadri sono belli per caso, lo sono per davvero, sono quadri che noi riconosciamo belli solo perché ci sono state le avanguardie che hanno sdoganato ciò che era ritenuto improprio in arte? Nel-l’Art Brut c’è un’avanguardia incosciente, una relazione diretta con quegli elementi non razionali e non razionalizzabili che gli artisti cercano di raggiungere attraverso un processo faticoso e volontaristico di derazionalizzazione? La verità è che, così posto, il problema si avvita su se stesso. Non si tratta infatti di persone con problemi psichici che dipingono, ma sono artisti con problemi psichici, e che si comportano rispetto all’opera esattamente come gli altri artisti. (È un parallelo preciso con lo sport paralimpico: non sono persone con handicap che fanno sport ma sono atleti con un handicap). Se non si esce da questa logica si resta al pietismo se non addirittura al freak.

Il lavoro attraverso atelier, la presenza in collezioni internazionali “generaliste”, la partecipazione a eventi come la Biennale veneziana (è il caso per esempio di Judith Scott, affetta da sindrome di Down, autrice di straordinarie sculture di fibre tessili) sono sintomi di un nuovo cambio di paradigma. Le opere vanno dunque affrontate per il loro valore intrinseco. Da questo punto di vista, molte sono le figure di grande interesse. Tra i “classici” dell’Art Brut la mostra propone molte immagini fluttuanti di Else Blankenhorn, tra le principali artiste scoperte da Prinzhorn, e diversi lavori di Aloïse Corbaz, artista esplosiva, tra cui un fregio lungo 10 metri, gli automi ermafroditi di Katharina, i disegni cosmici di Magalì Herrera. Tra le artiste contemporanee, notevoli gli acquerelli di Perihan Arpacilar, i graffiti di Mary T. Smith (tra le prime afroamericane dell’Art Brut), spettacolari i dinosauri di Julia Krause-Harder. Ma sono davvero capolavori gli uomini disegnati e ritagliati da Misleidys Castillo Pedroso, numi tutelari del suo silenzio autistico.