Agorà

Tra cinema e realtà. Arriva dalla Francia il film che rilancia la «rivolta operaia»

Ilario Lombardo giovedì 2 aprile 2009
Arriva domani nei cinema italiani, quello che in Francia è considerato il film della crisi: de­gli effetti drammatici che può provocare la recessione. Quello che racconta meglio l’umore e il punto di vista di chi ha perso o perderà il lavoro. Di chi si alza la mattina e non va da nessuna parte, per­ché in fabbrica hanno sbarrato i cancelli. Louise e Michel, diretto a quattro mani da Benoit Delépine e Gustave Kervern, dopo il premio della giuria al Sun­dance Film Festival e una scorta di ri­conoscimenti internazionali (anche al Roma Film Fest), è diventato un caso in patria, sbancando con un pu­gno di copie, il box office francese. Un successo segnato però da una preoccupante coincidenza, frutto di un cortocircuito tra finzione e realtà. Un’azienda tessile nella regione del­la Picardia chiude. Senza preavviso le operaie si trovano disoccupate. Tutto è stato sgombrato durante la notte mentre il direttore è scompar­so. Le operaie non ci stanno, deci­dono di farla pagare al «padrone». E assoldano un im­probabile killer. L’epilogo, nonostante i toni comici, sarà tragico (i protagonisti compiono degli omicidi per errore per scoprire poi che il vero padrone è un fondo pensione in Florida). Fin qui il film. Una sto­ria che dalla fantasia stralunata di una sceneggiatu­ra è però già in parte ricaduta pericolosamente nel­l’attualità. Come un’inquietante profezia la farsa di Louise e Michel assomiglia alla realtà di questi gior­ni in Francia, dove i manager di diversi stabilimenti sono stati minacciati, addirittura sequestrati e tenuti prigionieri. E i casi non sono pochi. Un’escalation di frustrazione che radicalizza in atti violenti la protesta sociale, e che offre in modo lam­pante degli strumenti con cui rileggere anche il film. Delépin e Kervern, al di là della parodia raccontano di una rabbia sociale, di una 'lotta di classe', come la definiscono, che loro fanno deragliare in una scel- ta disperata, ma che assomiglia troppo a gesti che pensavamo consegnati alla storia. Per questo le vi­cende francesi hanno subito fatto pensare al picco­lo film, girato con quattro soldi e molte idee: un con­centrato al vetriolo sulla vita agra degli operai, po­veri, disoccupati e cassintegrati. Un’epopea che de­clina la denuncia sociale con toni da commedia ne­ra: «Uno humour crudele alla Dino Risi – spiegano i registi –. Il cinema francese è più interessato alla clas­se media e ai dirigenti. Appena un film parla della classe operaia, diventa molto serioso. Noi invece vo­levamo fare una commedia am­bientata in una realtà sociale, un film a metà fra i Dardenne e i fratelli Coen». Un film «di lotta di classe» che ri­propone con una comicità corrosi­va temi e personaggi cari ai due com­battivi autori: «Anche il nostro ulti­mo film, Avida, parlava dello scon­tro tra i poveri e i ricchi. Con i primi che si devono rifugiare nelle monta­gne per sfuggire alla condanna a morte che i più potenti hanno san­cito ». Nel loro cinema «fantasocia­le » i registi cercano il riscatto per i derelitti, con una risata, anche se grottesca e assurda. Nessuna paura di diventare gli «ispiratori» di gesti folli? « Louise e Mi­chel è un film anarchico che rispetta la vita. E anche se è pessimista su come vanno le cose, è pieno di u­manità » rispondono i due. Un’umanita che emerge anche da gli attori. «La maggior parte sono straordi­nari non professionisti. Le operaie attorno a Louise sono delle vere lavoratrici tessili che hanno perso il lavoro. Le abbiamo conosciute ascoltando le con­versazioni ai loro tavoli. Quindi abbiamo lavorato a braccio, usando i sentimenti e l’istinto. Come loro i nostri personaggi sono persone sperdute, ecco per­ché non possiamo dirci ottimisti per l’immediato fu­turo ». Infine una speranza: «Ci piacerebbe se il no­stro film, che parla di lavoratori, disoccupazione e po­sti di lavoro, potesse aiutare a cambiare il panorama politico».