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Etnologia. Archetipi, il senso intimo dell'umanità

Lucia Bellaspiga mercoledì 25 luglio 2018

Come può accadere che il simbolo della svastica si trovi inciso in modo identico sulle rocce preistoriche della Valcamonica come in Scandinavia, in Mongolia come in America? Perché dall’India all’antico Egitto, dal Nord Europa al Sud dell’Africa l’uomo ha rappresentato migliaia di volte, ad esempio, lo stesso simbolo di due impronte di piede umano? Come si spiega che in Israele o nel Tibet e in Yemen le scene di caccia rituale ripropongano particolari così simili da sembrare l’opera di una stessa mano, a secoli di distanza? Insomma, per quale mistero popoli che mai si incontrarono ripeterono le stesse figurazioni e gli stessi miti? Forse esistono formule universali comuni a tutti gli uomini, insite nel subconscio e pronte a riemergere in zone ed epoche diverse: archeologi, biologi, studiosi delle religioni, antropologi, linguisti, paletnologi, medici e filosofi ne sono certi, e si sono confrontati giorni fa a Bergamo in un convegno organizzato da Dipartimento Valcamonica e A.l.a. intitolato 'La danza degli archetipi. Alle radici del linguaggio simbolico', partendo dalle diverse discipline per dimostrare la stessa cosa: l’essere uomo appartiene tutto a una sola specie, al di là delle differenze esteriori abbiamo tutti un patrimonio genetico sostanzialmente identico, una sola struttura fisica e psichica, e prima o poi tutto questo origina pensieri e visioni misteriosamente uguali negli angoli più lontani del pianeta. Niente di nuovo, la teoria degli archetipi (formule primordiali, da arché = principio, typos = forma, immagine) fu elaborata all’inizio del ’900 dallo psicanalista Carl Gustav Jung, secondo il quale l’inconscio collettivo porta in sé immagini primordiali di comportamenti provenienti da una matrice comune a tutti i popoli, senza distinzioni di tempo né di luogo.

«Ma la nostra sfida è importare la teoria di Jung dall’ambito psicologico a quello dell’arte», spiega Umberto Sansoni, direttore del Dipartimento Valcamonica del Centro camuno di studi preistorici. «In epoca di esasperato settorialismo, argomenti di questa portata oggi vengono analizzati secondo visioni ristrette – continua Sansoni –. Ma il linguaggio simbolico dell’Homo sapiens ha bisogno di un approccio multidisciplinare: come in medicina nessuno specialista è in grado di valutare l’organismo nel suo insieme, così nessuna disciplina da sola può spiegare il meraviglioso patrimonio espressivo che noi Sapiens ci portiamo dentro». Per Emmanuel Anati, paletnologo di fama mondiale, fondatore del Centro camuno di studi preistorici e scopritore della gran parte delle incisioni preistoriche in Valcamonica, già l’arte paleolitica è un’associazione logica di simboli che seguono le stesse strutture del linguaggio e costituisce quindi una 'pre-scrittura', alla base del sistema cognitivo comune a tutta la specie Homo sapiens.

«Secondo i testi scolastici la scrittura si è sviluppata 5.000 anni fa in Mesopotamia o in Egitto – sostiene Anati –, ma simili processi si sono verificati, in tempi diversi, anche in Cina o in Messico, ogni volta per la necessità di avere strumenti standard di comunicazione: è nata quindi in diversi continenti e tempi, ma da premesse comuni». Molto prima della scrittura formalizzata, però, alcune scene incise su osso nel Paleolitico in tutta l’area franco-cantabrica mettono già in sequenza una serie di ideogrammi allo scopo di narrare migrazioni e miti. I simboli usati in questa 'scrittura' (teste di cavallo, segni astratti, personaggi con lo stesso bastone sulla spalla sempre a indicare il viandante...) si ripetono identici e ci riportano «memorie di esodi ancora leggibili dopo 20.000 anni senza neppure conoscere la lingua che lo scriba parlava». Gli archetipi lasciano traccia sulla roccia, sulle ceramiche, nei miti, nella memoria dei popoli, «e quindi anche nei riti che ne derivano », aggiunge l’antropologo Giovanni Kezich, che nelle 'mascherate invernali' celebrate tuttora in Europa ha riscoperto millenarie radici comuni: «In Austria la mascherata dei 'Trebbiatori' mima riti della fertilità rimasti inalterati dal Neolitico.

Ricordiamoci che proprio un’aia di trebbiatura era il luogo in cui nacque il tempio di Gerusalemme. E nelle 'mascherate' danzano coppie di animali predatore/predato, in particolare stambecchi e lupi, gli stessi che Federico Mailland trova a migliaia di chilometri nell’Età del bronzo». Mailland, medico, condirettore della missione di ricerca italiana ad Har Karkom nel deserto nel Negev in Israele, snocciola infatti una stupefacente serie di similitudini in centinaia di 'scene di caccia' rituali ripetute dall’inizio dell’età dei metalli fino all’alba del cristianesimo, nel Vicino Oriente e in tutta l’Asia centrale: «Har Karkom secondo Anati è il monte della Rivelazione di Dio a Mosé. Ma molto prima, nel IV millennio, in quel deserto veniva rappresentato in modo quasi ossessivo il culto al dio Luna, ogni volta legato ai simboli della fertilità e quindi della pioggia, lì così preziosa». Sui vasi del 4.000 a.C. ritrovati a Susa (Iran), nei manufatti scoperti in Tibet, sulle rocce del Pakistan e dell’Afghanistan, giù fino allo Yemen, così come in Armenia, ci sono scene assolutamente comparabili, «tutte con la luna calante associata alla caccia mitica del cane allo stambecco». Ancora nel secolo scorso, pur senza più ricordarne le origini, in Yemen si celebrava per giorni lo stesso rito pagano e all’antropologo che ne chiedeva spiegazione lo sciamano rispose: «Altrimenti non pioverebbe».

L’impronta psichica di Jung riemerge nella spiegazione che Pier Luigi Bolmida, specialista in psicologia clinica all’università di Paris V, dà invece delle cosiddette figure 'grandimani', presenti in molte epoche e latitudini: simbolo di potenza e protezione benefica, archetipo per eccellenza, sono nell’inconscio di ogni uomo «perché il neonato come prima cosa vede le mani della madre, e le vede enormi». Tra tutti, si discosta in parte Gabriella Brusa Zappellini, paletnologa, che per spiegare il «linguaggio profondamente unitario in almeno 30 mila anni di preistoria» accoglie la teoria degli archetipi solo quando di sicuro non ci sono stati contatti tra i popoli, ma in molti altri casi ritiene più semplicemente che «l’origine dei simboli ricorrenti sia nel diffusionismo: per decine di millenni siamo rimasti in Africa, e quando nel Paleolitico è partita da lì la nostra diaspora ci siamo portati dietro la caccia, la raccolta, ma anche le matrici di una visione unitaria del mondo». Poi, nel Neolitico, la globalizzazione dei simboli sarebbe passata attraverso le tante vie mercantili (dell’ambra, dell’ossidiana...) sulle quali «viaggiavano materiali e tecniche, ma anche riti e immagini, per cui troviamo decori identici in Cina e in Occidente».

Certo però – conclude Sansoni – il diffusionismo non spiega che cosa ci fa un 'nodo di Salomone' in Sud America o un labirinto di tipo cretese in Canada, «simboli nati di sicuro autonomamente in loco, non da contatti tra popoli troppo lontani nel tempo e nello spazio»: lampante il paragone che Sansoni traccia tra «l’archetipo e le cellule staminali embrionali, quelle che ancora non sono programmate, ma portano in sé la possibilità innata di svilupparsi in mille forme». Insomma, ancora nel 2018 noi Sapiens moderni abbiamo nel nostro bagaglio un patrimonio che è pronto a mani-festarsi, nemmeno noi sappiamo più da quale profondità. Esempio per eccellenza, il 'nodo di Salomone', che «a livello planetario ha sempre rappresentato il legame indissolubile e benefico tra gli opposti (uomo e Dio, corpo e spirito, terra e cielo) ed è stato così nel III millennio a Susa, nell’Indocina del VII millennio, nelle abbazie cistercensi medievali, nei mosaici paleocristiani, tra i crociati e nel mondo islamico ed ebraico, dipinto da Giotto nelle aureole della Madonna e scolpito in capitelli, cripte e altari». Fino a oggi: scelto nei Paesi del Nord Europa per indicare sulle cartine le località culturali, dalla Apple per identificare il 'tasto di comando', nei loghi delle banche di credito cooperativo e della Cgil... Tutti ignari, probabilmente, di aver attinto alle radici più profonde della nostra umanità.