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REPORTAGE. E sull'Appennino nacque la «Commedia»

Quinto Cappelli venerdì 12 ottobre 2012
​La Romagna è nota alla stragrande maggioranza della gente per essere la capitale europea del turismo balneare o al massimo per i beni culturali di alcune città, fra cui il Tempio Malatestiano di Rimini o le basiliche bizantine e i mosaici di Ravenna, patrimonio dell’umanità secondo l’Unesco. Ma pochi sanno che esiste anche una Romagna appartenuta per storia, amministrazione e cultura a Firenze per oltre cinque secoli: dalla metà del XIV secolo al 1923. È la Romagna toscana, diventata provincia nel 1542, il cui capoluogo, Terra del Sole (o Eliopoli, Città del Sole), nel cuore della Romagna a soli 7 chilometri da Forlì, fu fondato come città ideale nel 1564, secondo le utopie di Campanella e i criteri di Leonardo da Vinci, ad opera di Cosimo il Vecchio de’ Medici. Alla fine del Settecento la Romagna toscana era formata da 170 comuni e si estendeva da Badia Tedalda (Pesaro), Sestino (Arezzo) e Verghereto (sorgenti del Tevere) fino a Palazzolo sul Senio (sopra Castel Bolognese), attraverso le vallate del Savio, Bidente, Rabbi, Montone, Tramazzo-Marzeno e Senio. Questa entità territoriale sull’Appennino romagnolo, appartenuta storicamente prima che a Firenze ai conti Guidi (X-XIV secolo) che vi possedevano trecento castelli, doveva diventare anche un unico territorio ecclesiastico, come chiedevano i Medici, ma divenne diocesi di Modigliana solo nel 1854, grazie a Pio IX che era stato vescovo di Imola. Fra le tante cause di ordine politico, militare, economico (arrivare al mare Adriatico, ai granai della Romagna e alle saline di Cervia) e sociale per cui Firenze creò questo "Stato cuscinetto" nel cuore della Romagna, ve n’è una particolarmente interessante di carattere nazionale. La città del giglio volle crearsi un territorio oltre l’Appennino, in terra di Romagna, per difendersi dalle invasioni congiunte dei Visconti di Milano e della Repubblica di Venezia, che nei secoli XIV e XV volevano realizzare l’unità d’Italia, come era avvenuto in precedenza a livello europeo per Inghilterra e Francia. Di questo parlano gli storici dell’epoca, fra cui Guicciardini e Machiavelli.  Storicamente la Romagna toscana si caratterizza per due riferimenti culturali: nel primo millennio subisce l’influenza di Ravenna, nel secondo quella di Firenze. Dante Alighieri, che iniziò il suo esilio proprio in questi territori nel 1302-1303 presso le abbazie benedettine di San Godenzo (Toscana) e San Benedetto in Alpe (Romagna), cantando nel XVI canto dell’Inferno la cascata dell’Acquacheta e che secondo alcuni critici avrebbe iniziato proprio in questa zona a scrive la Commedia, è l’emblema di questo territorio, lui che ha come estremi della sua vita Firenze e Ravenna. Da Ravenna, poco prima del Mille, San Romualdo percorse in lungo e in largo l’Appennino romagnolo, fondando eremi e monasteri, fra cui quello sopra la cascata dell’Acquacheta, anticipando lo schema di Camaldoli (monastero ed eremo). Il discepolo e biografo san Pier Damiani fondò nel 1054 l’eremo di Gamogna, oggi rianimato dai monaci francesi delle Fraternità di Gerusalemme. Il fiorentino san Giovanni Gualberto fondò il monastero di Santa Reparata di Badia del Borgo a Marradi. Un altro personaggio simbolo di questa terra di confine è l’abate generale dei camaldolesi Ambrogio Traversari di Portico (1386-1439), discendente dell’antica famiglia dei duchi di Ravenna che a Firenze fu una delle colonne del primo umanesimo, amico di San Bernardino da Siena e legato di papi, riformatore della Chiesa, animatore di un cenacolo di artisti a Firenze che irradierà la cultura in tutta Europa, fra cui Beato Angelico, Lorenzo Monaco, Ghiberti, Brunelleschi. A guidare la Romagna Toscana o a condurre ambascerie, Firenze inviò i suoi amministratori migliori, dal letterato e novelliere Franco Sacchetti al cancelliere Nicolò Machiavelli. Riportata in Romagna e in provincia di Forlì da Benito Mussolini nel 1923, perché il fiume Tevere doveva nascere in Romagna come il duce, la Romagna toscana rimane oggi un territorio con una sua identità culturale, artistica e ambientale, che interessa molto la cultura, la storia e il turismo, specialmente gli stranieri del nord Europa, assetati di angoli di paradiso ancora da scoprire. Qui insieme ai campanili a vela delle chiese di campagna, si trovano ancora «la selva selvaggia et aspra et forte» di dantesca memoria, oggi trasformata in Parco nazionale delle Foreste casentinesi, e piante pascoliane come la vite e la quercia.