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Musica. Andrea Mingardi: «Il mio soul, antidoto al pop consumato dalla tecnologia»

Fulvio Fulvi mercoledì 30 maggio 2018

Il cantautore bolognese Andrea Mingardi

Rock, soul, funk e un pizzico di rap, ma soprattutto rhythm and blues alla Wilson Pickett. È questa la musica di Andrea Mingardi, classe 1940, uno dei rari cantanti dalla voce roca che, come Nino Ferrer, avrebbe voluto «la pelle nera» e abitare a New Orleans. E invece è bianco e italiano, urla e graffia con l’ugola, sa scrivere ed è nato felicemente a Bologna, che pure è una delle capitali europee del jazz e di tante altre cose. Non sarà cresciuto sulle rive del Mississippi, comunque Mingardi ha un’anima soul che non sbianca mai.

Da dodici anni non usciva un album di canzoni tutte sue anche se nel frattempo ha scritto quindici brani per Mina, ha collaborato con Celentano e la Vanoni, ha inciso un tributo a Ray Charles. E poi, visto che ama il cinema e non gli manca l’ironia, ha persino fatto l’attore in due film commedia di Alessandro Genovesi (Il peggior Natale della mia vita e il sequel La peggiore settimana della mia vita) interpretando la parte di Dino, lo strampalato padre rock di Fabio De Luigi.

Adesso, a quasi 78 anni, il bluesman della Garisenda è di nuovo protagonista della scena discografica con dodici pezzi inediti (più un travolgente Spinning Wheel ) scritti con Maurizio Tirelli e raccolti nel cd Ho visto cose che..., un titolo alla Blade Runner. Eppure lui non è di certo un semplice “replicante” perché nel rock che fa ci mette sempre del suo, anche quando è rewind. Basta ascoltare le parole. Un esempio? Il pezzo principe della raccolta si intitola Ci vuole un po’ di rock’n’ roll «per tutto il popolo dormiente e per svegliare un po’ la mente, dondolando solamente».

Perché un ritorno così “provocatorio” e proprio in questo momento?

«C’era bisogno di una scossa e io ho cercato di darla di fronte al dilagare di un pop patinato, quasi tutto uguale che si fa fatica a distinguerlo. Ci voleva un nuovo Big Bang, insomma».

Mingardi, il suo rock è sempre energico, fresco, però....

«Però?».

In fondo sono i soliti accordi...

«Certo, ma con arrangiamenti ogni volta diversi. Ho riproposto una musica che mi appassiona da sempre e mi faceva sentire orfano. E non credo di essere il solo. Perché il blues e le altre discipline soul mancano dai mass media. Com’è possibile che generi musicali così importanti non siano presenti nei talent show e non si possano ascoltare più nelle radio? Avevo voglia di chiedermi cosa è cambiato in me, nella musica e nel mondo in questi anni».

E quali sono le sue considerazioni?

«Spesso mi chiedo se ci fosse bisogno di certe canzoni. Si sente in giro un certo “birignao cantautorale”, le canzoni durano al massimo 15 giorni, si consumano in fretta. Il mercato discografico è stato distrutto dal web, le case di produzione ormai non esistono quasi più».

Meglio gli anni Settanta?

«Ma certo!».

Allora la sua è un’operazione nostalgia?

«Ma la nostalgia è come il colosterolo, c’è quella buona e quella cattiva. La mia non è nostalgia canaglia. Credo che bisogna guardare al passato per capire e scegliere quale strada prendere. Ascoltare Beethoven è nostalgia? E il blues di James Brown? Milioni di persone sono orfane di quello che amano. E io sono tra queste. Quando ero bambino ricordo mio nonno che era legato a canzoni che venivano da lontano, come Vipera o C’è una strada nel bosco . Noi siamo per il blues e il rock’n’roll, due stili che vanno sempre a braccetto e che hanno trovato una sublimazione nei Settanta, prolificissimi, tanto che De André le cose migliori le ha scritte proprio in quel periodo. Non è un caso».

Formidabili quegli anni? Ma è una storia che va riletta...

«Bisognerebbe lasciarsi prendere dalla pancia, dalla forza rivoluzionaria del rock... far rivivere i Led Zeppellin, Emerson Lake e Palmer, i Genesis. Una musica insuperata. Cosa c’è in alternativa? Ecco, il mio disco propone una doppia lettura: una energica e divertente, l’altra di riflessione sulla realtà, anche politico-sociale, che stiamo vivendo oggi».

Ma secondo lei i “millennials” sono disposti ad accettare la sfida che lei lancia attraverso il rock?

«Quando è arrivato il rock non era una cosa da Nobel, ma c’era la meraviglia di ascoltare il grido di una generazione che aveva subito il potere del mondo adulto. Una scossa che precedeva la rivoluzione. Nei confronti dei genitori, della scuola. Il rock era la capacità di scuotersi e riprendere in mano la propria libertà. Una forza di cui abbiamo bisogno anche oggi. Allora i giovani si ribellarono. Oggi sembra che non ne abbiano più la forza, soggiogati da internet e dalla tecnologia digitale. Allora io dico: diamoci una mossa, si sta omologando tutto».

Eppure i giovani sembrano decisamente rivolti verso il progresso...

«Il progresso è come la cioccolata, se ne mangi un pezzetto va bene, sennò ti ammazza».

Torniamo a Ho visto cose che... Rock a parte, di cosa parla?

«Nelle mie nuove canzoni parlo di me, di noi, senza presunzione ma con grande schiettezza. Superata una certa età subentra il coraggio. La gente oggi è giustamente arrabbiata perché non trova lavoro. Nel ’68 abbiamo fatto un gran casino per molto meno. Oggi invece c’è molto individualismo».

Manca la speranza?

«Io ringrazio Dio per papa Francesco che ci insegna cos’è la misericordia, la speranza, appunto. Eppure la gente tende a chiudersi nel proprio giardinetto e così diventa cattiva e violenta. C’è un’infelicità diffusa, ma senza speranza siamo rovinati. Non si va più in profondità nei rapporti con gli altri. Tutto è velocità, come i messaggini che mandiamo col telefonino o su Fb. Così anche la musica è consumo immediato: non deve rompere le scatole. E guai se suscita l’immaginario».