Agorà

Testimonianza. Andare in Terra Santa da veri cristiani

Giorgio Bernardelli mercoledì 19 giugno 2019

Ap

Il ritratto serio, con giusta ironia, di una terra che spiazza e affascina il viaggiatore. È quello che Giorgio Bernardelli, giornalista di "Mondo e missione", compone nel libro "Preferivo le cipolle. Dieci obiezioni (da sfatare) a un viaggio in Terra Santa" (Ed. Terra Santa. Pagine 128, euro 14) in uscita in questi giorni, di cui anticipiamo un ampio stralcio. Pregiudizi ce ne sono tanti, ma, dice l’autore: «L’unico pericolo vero che corri andando in giro per una settimana tra Nazaret, Betlemme e Gerusalemme è che Dio si faccia vivo nella tua vita».

Non si vede all’orizzonte, né a Gerusalemme né a Ramallah, una leadership politica in grado di immaginare un futuro diverso. E in questa situazione la comunità internazionale ha compiuto una scelta ben precisa: stare lontana dalla Terra Santa. Il conflitto viene sostanzialmente 'gestito': tutti cercano di mantenerlo entro limiti accettabili. Del resto il suo volto più recente è quello nichilista dell’'intifada dei coltelli': sono diventate molto più rare le bombe; la violenza ha piuttosto il volto di un ragazzino palestinese con un coltello o a bordo di un automobile che si scaglia contro il primo ebreo che incrocia per strada. Sì, proprio quella forma di violenza che adesso abbiamo imparato a conoscere anche nelle nostre città: a Gerusalemme è cominciata prima. Ed è stato subito chiaro che è praticamente impossibile da bloccare.

È il volto più terribile del conflitto perché in fondo si tratta della violenza di chi non ha nemmeno un progetto: è un corpo a corpo dove c’è spazio solo per l’odio. E sono gesti che ormai non fanno più nemmeno notizia sui nostri media: sono diventati la solita storia tra arabi ed ebrei a Gerusalemme. Se la vedano un po’ loro. «Ecco, allora la guerra in Terra Santa c’è: non ce la raccontano giusta, altro che 'tutto tranquillo'. E io dovrei andare in un posto del genere?». Calma. Dov’è che capitano queste cose? Lontano dai luoghi frequentati dai pellegrini. Se non sono mai rimasti coinvolti non è semplicemente una 'circostanza fortunata'. Imparare un po’ di geografia di Israele e della Palestina è importante per capire davvero di cosa stiamo parlando. Basta guardare una semplice cartina, per esempio, per constatare che Gaza - uno dei luoghi dove la tensione è quasi quotidianamente molto forte - sta molto lontano dalle strade percorse durante un pellegrinaggio. E anche a Gerusalemme difficilmente chi guida il vostro gruppo vi porterà nella zona della spianata delle Moschee il venerdì a mezzogiorno, il momento durante il quale c’è una probabilità più alta che vi sia tensione tra gli arabi musulmani che salgono lì a pregare e l’esercito israeliano che controlla gli accessi. Più in generale: c’è molta cura da parte delle autorità israeliane a tener lontani i turisti dalle zone dove vi sono scontri; per cui il massimo che vi potrà capitare è di dover cambiare tragitto col pullman perché una certa strada o una certa zona è stata sigillata 'per motivi di sicurezza'.

E dall’altra parte anche le autorità palestinesi fanno di tutto perché a Betlemme la situazione rimanga il più possibile tranquilla; l’arrivo dei pellegrini è infatti una risorsa vitale per l’economia dei Territori, che non ha molto altro oggi su cui poter contare. Alla fine la vostra situazione rimane privilegiata: le strade che percorrete sono le più controllate, i dispositivi elettronici di sicurezza che attraversate sono tra i più avanzati, nessuno guarda a voi come a un obiettivo da colpire. In definitiva se di qualche rischio si può parlare è né più né meno quello che correte oggi visitando una qualsiasi zona affollata di una grande città nel tempo della minaccia terroristica globale.

Volete la prova? L’anno scorso in questo angolo del mondo sono arrivati più di 4 milioni di turisti da tutto il mondo. Tutti incoscienti con l’elmetto nello zaino? «Bene, allora possiamo bellamente fregarcene della guerra, giusto?». No. Perché se hai occhi per vedere, in Terra Santa il conflitto lo incontri lo stesso. Due immagini, in particolare, ti colpiranno. La prima: alcuni civili (magari anche con in testa la kippah, il copricapo degli ebrei orto- dossi) che girano armati con una mitraglietta per le strade di Gerusalemme senza far nulla per nascondere l’'oggetto' che portano a tracolla. A un certo punto te li troverai proprio di fianco e capirai fino a quali estremi può arrivare la psicosi sulla sicurezza.

Ma sarà soprattutto la seconda immagine a scuoterti: succederà al famoso muro di separazione tra israeliani e palestinesi, che ti troverai ad attraversare proprio fisicamente. Per andare a Betlemme devi per forza passarci dentro: là dove ti aspetteresti la poesia del presepe troverai invece questo segno potente delle ferite di quel mondo all’interno del quale Dio ha scelto di farsi carne. Te lo troverai davanti con i suoi otto metri di cemento - opprimenti - e tante persone ad aspettare al checkpoint in coda per un tempo molto più lungo rispetto alla manciata di minuti (se non secondi) che aspetta il tuo pullman.

E allora la domanda vera diventa: come vivere da cristiani l’esperienza di visitare una terra lacerata da un conflitto come quello tra israeliani e palestinesi? C’è chi ci passa in mezzo senza farci caso più di tanto, quasi fosse un elemento del paesaggio: «Non devo lasciarmi distrarre nelle mie devozioni, dalla politica...». Al contrario c’è chi si infervora prendendo le parti dell’uno o dell’altro (alla fine che sia Israele o la Palestina cambia poco). Si trova nel cuore di un conflitto complesso, che dura ormai da quasi cent’anni, segnato da tante contraddizioni e nel quale ciascuno ha visto morire un amico, un parente, un fratello. Ma per lui «sarebbe tutto così facile»; gli è bastato uno sguardo veloce per trovare la soluzione che «funzionerebbe se solo quegli altri fossero un po’ più ragionevoli ».

Nessuno di questi due sguardi, evidentemente, ci porta lontano. È meglio invece ripartire da quanto amava dire il cardinale Carlo Maria Martini, quando - ormai da arcivescovo emerito di Milano - era ritornato in questa terra che tanto amava. Erano i primi anni Duemila, la fase più drammatica della seconda intifada; in una Gerusalemme che la paura aveva svuotato di pellegrini, chi passava chiedeva a lui che cosa pensasse di quel conflitto tra israeliani e palestinesi tornato a esplodere in una maniera così cruenta. A tutti Martini ripeteva che era tornato in Terra Santa facendo proprio un versetto particolare della Scrittura: «Non giudicate e non sarete giudicati » (Luca 6,37). Qualcuno la prendeva come la classica risposta del gesuita che non vuole sbilanciarsi troppo.

Ma non era così. Era piuttosto la consapevolezza di chi questa terra la conosceva davvero e capiva che il gesto più rivoluzionario, l’unico in grado di spezzare la catena dell’odio reciproco, era quella che lui chiamava «la preghiera dell’intercessione»: stare fisicamente in mezzo a un conflitto senza puntare il dito da una parte o dall’altra, per provare piuttosto a farsi carico delle sofferenze di tutti. Perché il dolore e le ingiustizie in una guerra non stanno mai tutte da una parte sola. E allora compito di chi vuole la pace diventa pregare per gli uni e per gli altri, portare nel cuore gli uni e gli altri.

Perché il muro più pericoloso non è quello fisico di cemento, ma quello che in ogni guerra attraversa la mente e il cuore, impedendo di vedere chi sta dall’altra parte come un fratello. Sì, in Terra Santa c’è un conflitto che periodicamente riesplode in tutta la sua violenza. E tutto lascia pensare che ci sarà ancora per molto tempo. Ma non è un buon motivo per restare lontano. Abbiamo parlato tante volte di quanto sia importante la pace; stavolta abbiamo un’occasione per fare noi qualcosa di piccolo e nemmeno tanto impegnativo per aiutare un’area del mondo ferita a renderla un centimetro più vicina. Non lasciamocela scappare.