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IL CASO. Allarme tivù locali: 180 emittenti a rischio chiusura

Marco Iasevoli mercoledì 2 febbraio 2011
Già «schiacciate» in termini di audience e ricavi dalla «folle corsa al digitale terrestre», le tv locali insorgono contro due insidie contenute nella legge di stabilità: la riduzione delle frequenze loro assegnate – fatto che "spegnerebbe" 180 emittenti regionali – e l’obbligo (temuto) di dover trasmettere solo contenuti legati al territorio, evitando dunque quelli nazionali. «È un attentato al pluralismo», denunciano Aeranti-Corallo e Federazione radio televisioni, che ieri hanno chiamato a Roma, per protestare, decine di piccoli e medi imprenditori delle tv locali. E siccome la cifra, nel settore, comincia ad essere quella dell’esasperazione (sono a rischio ben 8 mila posti di lavoro, senza contare l’indotto) la minaccia stavolta è forte: «Ritirate questi provvedimenti – avverte Marco Rossignoli, presidente Aeranti – oppure mettiamo il silenziatore ai politici». Il che vuol dire, in concreto, inibire le ospitate dei politici nei talk-show e nelle tribunette delle loro reti, proprio a ridosso di delicatissime elezioni amministrative. Nel mirino ci sono due commi dell’ex finanziaria. Il primo stabilisce che vengano liberate 9 delle 27 frequenze assegnate alle tv locali in ciascuna regione, precisamente i canali da 61 a 69, perché, in ottemperanza alle indicazioni dell’Unione europea, vengano destinate ai servizi di comunicazione mobile in banda larga. Una gara dalla quale il governo ritiene di poter incassare 2 miliardi 400 milioni (il 10 per cento andrebbe come risarcimento alle emittenti "espropriate"). Rossignoli, Giunco (presidente Frt) e Bardelli (vertice di Corallo) non lesinano parole forti: «scandalo», «delitto», «massacro». I conti che fanno sono questi: in ogni regione vengono "spente" 9 tv, dunque, nel complesso, sparirebbero 180 delle 500 emittenti presenti lungo la Penisola. Alla politica fanno una proposta: «Sull’altare del digitale abbiamo già perso tantissimo, lo Stato recuperi le 9 frequenze prendendone 3 da noi e 6 dalle emittenti nazionali, che finora, nel nuovo mercato, sono solo cresciute». Una richiesta motivata anche dal fatto che a breve il governo metterà a disposizione degli operatori nazionali altri cinque multiplex (le ambite frequenze digitali e multicanali che hanno sostituito le analogiche), assegnate con la modalità del beauty contest (gara senza oneri). Ad ascoltare c’è l’esponente democratico Paolo Gentiloni, ex ministro alle Comunicazioni, il senatore Pd Vincenzo Vita e il leghista Davide Caparini. Tutti danno ragione agli imprenditori, e promettono emendamenti correttivi nel milleproroghe in discussione al Senato. Caparini si spinge anche oltre, rispolverando un cavallo di battaglia leghista: una quota del canone Rai vada alle emittenti regionali. A scaldare gli animi c’è poi il comma 11 del primo articolo, che assegna al ministero dello Sviluppo economico e all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni il compito di «fissare ulteriori obblighi» per chi detiene una frequenza. E tra questi obblighi c’è anche quello di «valorizzare e promuovere le culture regionali e locali». Per le associazioni di categoria è un modo per infilare di traverso un divieto, quello di parlare dei fatti e della politica nazionale. E qui scatta la minaccia: «Benissimo – dicono i leader delle sigle in agitazione – allora noi non ospitiamo più i politici». C’è ancora un’altra richiesta: equiparare i diritti amministrativi e i contributi dovuti dalle imprese del settore ai canoni che prima pagavano per le concessioni analogiche (l’1 per cento del fatturato), sfuggendo al "tariffario" previsto dal Codice delle comunicazioni elettroniche. Ma a prescindere dalle singole misure contestate, traspare tutto il malessere per la transizione digitale che, dice Rossignoli, «insieme alla crisi ci ha tolto ricavi e spettatori». «Eppure – sospirano gli imprenditori fuori dalla sala-conferenze del residence Ripetta – doveva essere un’opportunità...».