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Motori. Alesi: dopo Jean ecco Giuliano. Una dinastia in rosso Ferrari

Paolo Ciccarone domenica 17 settembre 2017

Giuliano Alesi, rampollo 17enne di Jean, pilota di Formula Uno dal 1989 al 2013

Il momento più bello della giovane carriera di Giuliano Alesi? «Quando ho preso il diploma a scuola, così ho messo le basi per il futuro della mia istruzione e al tempo stesso ho fatto felice la mamma e il papà che su questo aspetto, lo studio, non transigono». Giuliano Alesi è il figlio di Jean, ex pilota della Ferrari, che da qualche stagione ha intrapreso la stessa carriera del padre sperando, un domani, di arrivare in F.1 e raggiungere quel sogno nel cassetto comune a tanti ragazzi: «Correre per la Ferrari e diventare campione del mondo».

Un sogno, vero, ma non sono i sogni il motore della vita?

«Sì lo so, ma lo vedo talmente lontano, quasi irrealizzabile, che a volte mi dico che è un obiettivo troppo elevato. E allora preferisco pensare alle cose immediate, come la prossima gara a Jerez del campionato di Gp3».

Lei è nato il 20 settembre 1999, quindi non ha ancora diciott’anni. Ma in Gp3 ci è arrivato un anno fa, appena sedicenne, con alle spalle l’esperienza della F.4 e qualche stagione col kart, categoria con la quale ha cominciato a correre ad appena 13 anni. Una carriera percorsa a velocità della luce, verrebbe da dire: non è forse un po’ troppo saltare dalla F.4 alla Gp3?

«Devo dire che su questo ho parlato con mio padre. Secondo lui dovevo capire subito se avevo le basi per fare il pilota professionista o no. E quindi, come si dice in Italia, se mi butta in acqua o imparo a nuotare o affogo. Ho imparato a nuotare, per fortuna, e mio padre Jean ha avuto ragione. Era inutile stare in categorie secondarie, perdere qualche anno, senza capire davvero a che livello potevo competere. Confrontarsi coi migliori ti fa crescere e ti fa capire se ne vale la pena. Non voleva farmi perdere del tempo con aspettative inutili. E allora mi ha spinto alla Gp3, a una serie internazionale difficile, fatta da squadre professionali e team agguerriti. Io corro con la Trident, una squadra italiana, e devo dire che è stata una bella scelta perché l’ambiente che ti circonda è importante e devi stare bene con tutti. Io sono felice di questo e devo dare ragione a mio padre che mi ha consigliato bene».

Con la Trident, diretta da Maurizio Salvadori (manager di Tiziano Ferro o Jovanotti) è arrivato anche l’ingaggio con la Fda, Ferrari Driver Academy, la scuola dei campioni varata da Maranello qualche anno fa.

«È una formazione molto importante perché ogni gara o sessione di prove viene analizzata, studiata. C’è un percorso di formazione tecnica e umana, a livello mentale vieni seguito da uno staff di professionisti, per me è un onore far parte di questa struttura».

E i risultati si vedono: in Austria, di contorno al GP di F.1, lei è salito per la prima volta sul podio, poi la settimana seguente, a Silverstone, una delle piste più difficili del mondiale, è arrivata la prima vittoria, successi bissati anche a Spa (altra pista impegnativa) e Budapest. Solo a Monza è andata male per lei, ma perché la corsa del sabato è stata annullata per la pioggia e nella gara di domenica un incidente ha provocato la sospensione della corsa e quindi ha vanificato la rincorsa al podio. Cosa è scattato nella sua mente dopo il primo podio?

«Non saprei spiegarlo. Ho capito che potevo confrontarmi con gli altri, che ero competitivo e in grado d farcela. Infatti con la prima vittoria a Silverstone ho raggiunto una tranquillità interiore che non pensavo di avere. Le altre vittorie sono state una conseguenza. Vincere non è facile, specialmente quando hai degli avversari veloci e preparati come quelli che ci sono quest’anno nella Gp3, ma avercela fatta per me è stato importantissimo. Ho capito di poter lottare, vincere e che avevo le basi per riuscire in quella che potrebbe essere la mia carriera futura».

Quindi per ora niente studi?

«Vorrei iscrivermi all’università, come ha fatto mia sorella maggiore Helena che ora vive a Londra (Giuliano ha altri due fratelli, Charlotte e John, più piccoli di lui), ma se corro in auto non posso dedicarmi agli studi come vorrei e dovrei. Su questo, però, a casa sono tutti d’accordo: lo studio è fondamentale, non potrò correre tutta la vita e la formazione passa per la scuola».

Ma diventare pilota è stato il suo sogno oppure una imposizione di suo padre?

«È avvenuto tutto per gradi, senza pressioni. A tre anni papà Jean mi ha regalato un quad 50 cc e con quello giravo nel giardino di casa ad Avignone. A 5 anni un buggy e devo dire che feci qualche disastro per casa! Poi a 13 ho cominciato col kart, da lì ho sentito la passione crescere e la voglia di provarci».

«Se mio figlio avesse voluto fare il calciatore o il violinista, non avrei saputo dargli consigli. Ha scelto di fare il pilota e allora qualcosa posso insegnargli», le ha detto papà Jean... «Solo che oggi, dopo i corsi Fda alla Ferrari, quando parliamo di tecnica, assetti e altro, ci manca poco che sia lui a insegnare a me!», ha poi precisato. Ecco, cosa risponde a questa affermazione?

«Che di lui mi fido totalmente, mi ha sempre consigliato per il verso giusto, ha esperienza e faccio quello che mi dice. Chiaro però che alla fine decido di testa mia, nessuno mi impone niente».

Lei è mai rimasto sorpreso dell’affetto che i tifosi hanno per suo padre nonostante abbia smesso con la F.1 da sedici anni?

«La prima volta in un autodromo sono rimasto stupito, gente che urlava, chiedeva autografi. Ma conoscendolo, per me è solo mio padre non è l’eroe delle piste, ma so che è una persona che ci ha sempre messo il cuore, la passione e vedere che in tanti gli vogliono ancora bene mi rende orgoglioso».

Il futuro? Gp3 o F.2?

«Devo decidere, mio padre vorrebbe farmi fare un anno di esperienza in Gp3, la F.2 è importante, ma se mio padre pensa che debba maturare ancora, ebbene seguirò i suoi consigli».