Agorà

Idee. L'elogio degli alberi

Ermanno Olmi domenica 5 giugno 2016

Il testo qui sotto è l'articolo "Sul ramo più alto, a parlare con noi stessi", scritto dal regista e pubblicato sul nostro mensile "Luoghi dell'infinito" nel numero di giugno 2016.

Ho studiato dai Salesiani a Milano, ero un pessimo scolaro. Eravamo alla fine dell’anno, e nell’ultimo tema di italiano scrissi di un mio rapporto speciale con un albero: nel testo mi arrampicavo fino al ramo più alto e stavo a dialogare con lui; ma era un monologo, perché il vero dialogo era con me stesso. Agli scrutini mi aspettavo un disastro su tutta la linea, invece sul tabellone lessi “promosso” e rimasi sorpreso. Il professore di lettere, un giovane sacerdote di 24 anni, era lì nell’atrio della scuola e incrociò il mio sguardo: «Ti ho promosso per il tuo racconto fra te e l’albero», mi disse.

Quando il Padreterno, soffiando sulla materia inerte, ha portato nel mondo la presenza dell’uomo, risultato ultimo della Creazione, ci ha fatto e, soprattutto, ci ha raccomandato di essere liberi. Se un percorso scolastico viene ridotto a schema di comportamenti, non solo impoverisce il rapporto con la realtà ma si offende Dio. Il salesiano aveva capito cosa c’era al di là della mia sprovvedutezza (io, naturalmente, all’epoca non avevo fatto queste considerazioni) e ha sottoscritto la raccomandazione del grande artefice. Questa credo sia la condizione giusta, necessaria, di tutti gli esseri umani. Senza questa libertà innanzitutto ci confonderemmo. C’è un dato esclusivo negli alberi, che ci fa dialoganti con noi stessi. Sul retro della mia casa, qui ad Asiago, inizia il bosco. È un luogo che da sempre contiene tutti i misteri. Gli alberi hanno bussato alla mia innocenza di bambino e si sono presentati come amici.

Ne Il mistero del bosco vecchio, il colonnello Procolo solo alla fine capisce che gli alberi sono una presenza amica, e che ognuno di loro è dotato di un’anima. È un’idea che è già nel bellissimo racconto di Dino Buzzati, da cui ho tratto il mio film: gli alberi del bosco sono come le persone, parlano tra loro, soffrono quando vengono abbattutti. Tiziano Terzani suggeriva, quando siamo costretti a tagliare un albero, di chiedergli almeno scusa e spiegargli il perché. Nell’Albero degli zoccoli un contadino taglia una pianta per intagliare le scarpe al figlio, e per questo viene cacciato dal padrone. Moravia mi imputava il fatto che per fare uno zoccolo veniva tagliato un albero intero: ma per quello scopo serviva il legno di un’“albera”, ossia di un pioppo: un legno che deve essere ancora “vivo” quando è lavorato, perché quando è morto e ormai privo della linfa, diventa duro e resistente. Il contadino, quindi, non taglia l’albero a caso.

Questa storia fa emergere due modi di avvicinarci alla natura che corrispondono a dinamiche di disponibilità e di possesso: i contadini la vivono come disponi- bilità e fatica, il padrone come possesso e sfruttamento. Quest’ultimo è il “proprietario” della terra, ma Jean-Jacques Rousseau, diceva: «Se vi dimenticate che i frutti sono di tutti, e gli alberi di nessuno, voi perirete». La natura ci dona tutto ciò che per noi è necessario alla vita. Non solo l’albero grande: persino un filo d’erba. Ma l’albero condensa simbolicamente e materialmente in sé, in quanto creatura che appartiene alla terra, tutto ciò che ci consente di vivere. Senza alberi non saremmo nati. «I frutti sono di tutti, gli alberi di nessuno», perché noi e loro facciamo tutti parte del grande sistema della vita.