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LA MORTE DEL REGISTA. Addio Rohmer, maestro del nuovo cinema francese

Francesco Bolzoni martedì 12 gennaio 2010
Eric Rohmer, fra i più cari e insoliti registi del cinema francese , si chiamava Jean-Marie Maurice Schérer. Era nato a Tulle nel 1920. Di ottimi studi letterari, insegnante ai licei, dopo aver conosciuto J.L. Godard e Rivette  aveva fondato una rivista e subito dopo  era stato accolto nella redazione dei famosi Cahiers du cinéma. I suoi articoli erano vicini alle tesi dei "giovani turchi" che con impeto spesso polemico (si pensi al lavoro da apprendista critico di Truffaut) cercavano di dare una spallata al «cinema di papà». Ma si differenziavano da loro per il tono riflessivo, per certi indugi, per un atteggiamento non ostile al lavoro di sceneggiatura. A far parte della nouvelle vague Rohmer giunse tardi e il suo personalissimo stile si differenziò immediatamente da quello dei primi compagni di strada. Fin da La collezionista Rohmer mostra una forte attenzione per la cultura giansenista e quasi un’indifferenza per i ritmi cinematografici. Il suo film e gli altri che lo seguiranno sono quasi testi da leggere, da consultare con un taccuino aperto davanti. Contano di più i dialoghi delle inquadrature, del «senso del cinema». Opere letterarie sentenzia qualcuno. Ma altri le trovano affascinanti. La voce narrante che compare nei sei Racconti morali ci propone una meditazione sul rapporto tra un uomo e una donna che, a un certo punto, sembra spezzarsi per l’apparizione di una seconda donna ma, sul finale, si ricostruisce. Pare non succeda niente. Ma ogni parola, ognuno dei rari movimenti di macchina sono carichi di tensione. La mia notte con Maud (1969) e L’amore il pomeriggio (1972) diventano per i giovani saggisti testi di base, quasi libri del cuore. Voltosi ai libri centrali nella sua formazione Rohmer ci dà due capolavori con La marchesa von… (1976) e Perceval (1978), nei quali la "ricostruzione" è volutamente esibita. Sono due guide per intendere  sentimenti, epoche, caratteristiche di scrittura non sempre considerati "moderni". Eppure è proprio partendo da una conoscenza approfondita della cultura del passato che Rohmer può giungere alla deliziosa serie delle Commedie e proverbi dove, prendendo spunto da un motto famoso, perviene a ritratti anche pungenti di appartenenti a una generazione più giovane della sua che pare volersi spogliare da sentimenti considerati un po’ fuori moda. Da ricordare almeno La femme de l’aviateur (1981), Il bel matrimonio (1982) e Le notti della luna piena (1984).Dopo la consacrazione alla Mostra di Venezia del 1986 di Il raggio verde (Leone d’oro) Rohmer si dedica alla scansione delle stagioni con quattro racconti dove si insiste, sempre con rara finezza, sul travaglio degli affetti che, alcune volte intensissimi, sembrano poi sfaldarsi o recuperare la penduta intensità. Ma non si pensi a un Rohmer come autore di soli film che ruotano intorno al tema dei sentimenti. C’è molto altro nella sua eccezionale carriera. Vi si trova nel 2001 La nobildonna e il duca dove a parlarci della rivoluzione francese è la parte apparentemente perdente, la nobiltà e nel 2007 il sorprendente Gli amori di Astrea e Celadon in cui viene proposta una singolare, a mio modo di vedere elegantissima, lettura della dimensione medioevale.Come si vede Rohmer è per la varietà degli spunti e gli alti esiti espressivi un autore assolutamente non monocorde, capace di spostamenti da epoche lontanissime delle quali riesce a darci ogni volta un’interpretazione molto personale, tale da costringerci a riconsiderare  personali punti di vista. Un cineasta-scrittore si potrebbe dire, molto adatto a ricerche saggistiche, a tesi di laurea Con lui pare allontanarsi una maniera non convenzionale di praticare il cinema d’autore.Regista schivo, misterioso, scostante e allo stesso tempo imprevedibile è stato avvolto da leggende come quella per cui non avrebbe mai rivelato all’ amatissima madre il suo vero mestiere di cineasta continuando a fingersi professore di scuola. Diceva: «Non accompagno mai i miei film in pubblico perchè penso non abbiano bisogno di spiegazioni e perchè il cinema non è tutto il circo che gli si forma intorno. Per continuare a farlo ho bisogno di vivere la mia vita, entrare nei musei, passeggiare in campagna».