Agorà

Le svolte della musica. 1984, Springsteen è il rock

Andrea Pedrinelli lunedì 18 agosto 2014
Era il maggio ’74 quando gli appassionati lessero su un settimanale di Boston un articolo di Jon Landau, importante critico musicale Usa. Spiccava una frase: «Ho visto il futuro del rock, il suo nome è Bruce Springsteen». Il giovane del New Jersey aveva già inciso due album senza fortuna, e da anni sconvolgeva il pubblico dei locali con concerti lunghissimi, pieni di nuove interessanti canzoni e di un’energia che nel Paese pareva sopita. Nel ’75, con Landau co-produttore, Springsteen pubblicò Born to Run. E come da titolo, nato per correre, iniziò a correre. Verso la Hall Of Fame, il titolo di miglior performer di tutti i tempi attribuito dalla rivista Rolling Stone, otto dischi nella lista dei migliori 500 della storia. Però la consacrazione di colui che da sempre è stato definito The Boss è arrivata più tardi: trent’anni orsono, nell’84. Quando dopo la coraggiosa accoppiata The River - Nebraska, che con stili differenti ne confermavano qualità musicale e profondità di scrittura poetica, venne alla luce Born in the U.S.A.. Un disco americano e rock che però sapeva anche criticare le storture della democrazia negli States e osava pure suoni diversi da quelli convenzionali. Come Bruce aveva fatto sempre e sempre avrebbe fatto: solo che con Born in the U.S.A. se ne accorse il mondo. Giusto per capirci: quindici milioni di copie vendute negli Stati Uniti; oltre un milione in Australia, Canada, Regno Unito e Germania; sette singoli tratti dall’lp e stravenduti; un tour davvero mondiale che per la prima volta portò Springsteen anche da noi, in un’Italia che l’aveva gratificato con un milione e mezzo di album venduti. Ma prima di arrivare al tour, il disco. I dodici brani che compongono Born In The U.S.A. fanno trovare al Boss il suono che lo rende celeberrimo: miscelando un rock puro già screziato dal sax di Clarence Clemons a tastiere moderne. Che in parte virano verso il pop, ma per lo più non tradiscono l’anima ruspante di composizioni e liriche del Boss e per la prima volta arrivano al mondo intero. Anche per la furba copertina (il fondoschiena del cantante in jeans, fra strisce bianche e rosse che ricordano la bandiera americana) e un nuovo look palestrato. Anche queste faccende, però, servono solo a giungere a tanti. Perché l’Lp non fa sconti come lo stesso Springsteen dichiarò. «Oggi molti hanno voglia di dimenticare, il Vietnam, Watergate… Siamo stati sconfitti più volte, normale aver voglia di serenità e di vedere in altro modo il proprio Paese. Però quando Reagan in campagna elettorale dice che "è mattina in America", ci sfrutta. Non è l’alba in troppe parti d’America, invece». Con queste dichiarazioni il Boss si smarcò dal tentativo di Reagan di usarlo per le elezioni, ma soprattutto ricordò che nel suo disco, certo trascinante, luminoso, energico, c’erano anche capitoli di denuncia. La stessa Born in the U.S.A. parla della miseria nelle strade e dei morti in Vietnam, dei reduci e dell’incapacità di aiutarli che emerse a più livelli nella società americana. «Nato negli Stati Uniti» è un orgoglio, sì: ma anche un destino non facile come certi altri dischi e molta Tv facevano pensare, nell’84, al mondo. Anche Darlington County, scanzonata e brillante, narra di una fuga in cerca di futuro lontano da una New York dove dominano apparenze e discriminazioni da dichiarazione dei redditi («Le ragazze sono carine, ma gli interessa sapere chi sei»). E Working On The Highway è denuncia di un contemporaneo schiavismo, i lavoratori sui bordi delle autostrade, mentre Downbound Train narra di un licenziamento: altre vite costrette a limitare le proprie ambizioni, ennesime figure ben lontane dalle famiglie felici e politicamente corrette di telefilm coevi tipo Arnold o La famiglia Bradford, che degli Usa rilanciavano al mondo ben altra facciata. Fece bene, al mondo, conoscere invece Springsteen: per ballare su I’m on Fire o I’m Goin’ Down, per la bellezza di Dancing in the Dark, ma soprattutto per prepararsi a un rock d’autore che, dopo l’11 settembre, il Boss avrebbe portato a livelli sublimi, insieme di denuncia e fiducia nei valori dell’uomo. Valori però ben diversi da quelli del mercato e dell’America modello di capitalismo di quell’84, da Springsteen cantata e accusata già senza arrendersi (No Surrender), consapevole della fragilità umana (Glory Days), per passare ai giovani una coscienza critica non prevenuta (My Hometown). E tutto approdò anche dal vivo, anche in Italia. Milano, San Siro, 21 giugno ’85, una passerella per avvicinarsi alla gente, 65mila persone entusiaste, il Boss (con la sua E Street Band) che canta, balla, fa cantare, fa ballare. In quattro ore che però servono anche a incidere nei cuori i valori dimenticati dalla stessa America che si stava cantando. «Il sogno americano era una famiglia in cui i forti aiutano i deboli, i ricchi i poveri… E invece siamo due Americhe, due mondi. No, tutti devono avere la stessa opportunità: non guadagnare milioni, ma vivere in modo dignitoso». Del resto il "futuro del rock", a ogni concerto di quel tour, devolveva diecimila dollari ai poveri del posto: perché nell’84, con Born in the U.S.A., era arrivato negli stadi e nel mondo, ma non dimenticava da dove era partito. Né l’avrebbe mai fatto.