giovedì 18 aprile 2024
Quanto pesano ancora gli stereotipi di genere nello studio, nello sport e nel tempo libero? Una ricerca conferma: il maschile e il femminile determinano ancora scelte ma anche discriminazioni
«Sei donna, non puoi studiare ingegneria»
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“Io, per esempio, sono un ingegnere mancato”. Lo svela con un sorriso Mara Panajia. Lei, che con la laurea in economia conseguita all’Università Bocconi e la sua brillante carriera, è presidente e amministratore delegato di Henkel Italia. “Ma quando si è trattato di decidere quali studi universitari intraprendere ho voluto seguire il consiglio dello zio, che riteneva ingegneria una facoltà decisamente maschile”. Una testimonianza, quella della manager, che la dice lunga su quanto gli stereotipi di genere, in famiglia, possano influenzare la formazione e il lavoro dei giovani.

Ed è proprio per indagare a quale punto si trovino le famiglie italiane in tema di gender gap che la multinazionale ha promosso uno studio in collaborazione con Eumetra, Istituto di ricerca sociale e di marketing. L’indagine si inserisce nell’ambito dell’Osservatorio che l’azienda ha avviato nel 2022, con lo scopo di fare luce sui ruoli, le dinamiche e i condizionamenti presenti oggi all’interno delle pareti domestiche.

Che il maschile e il femminile continuino a condizionare le scelte familiari e individuali, anche tra le nuove generazioni, lo dicono con chiarezza i numeri del sondaggio appena presentato, che ha voluto indagare sulle scelte scolastiche, lavoro, sport e tempo libero, coinvolgendo 1.000 individui reclutati mediante Online Access Panel, con 100 casi di età compresa tra i 15 e i 25 anni, rappresentativi della cosiddetta Generazione Zeta.

Ciò che risulta chiaramente è che la decisione del percorso di studi risente ancora del genere. Vale, secondo la ricerca, almeno per uno tra gli indirizzi di istruzione superiore. A dirlo è il 52% delle donne e il 64% degli uomini. Discorso analogo per le facoltà universitarie: lo pensa il 30% delle donne e il 46% degli uomini. Resiste il condizionamento e ancora di più le sue motivazioni. Emerge infatti la convinzione che maschi e femmine abbiano “predisposizioni diverse”, come indica il 53% degli uomini e il 52% delle donne, il 45% dei ragazzi e il 38% delle ragazze che appartengono alla GenZ.

Esisterebbero poi capacità pratiche differenti secondo il 43% degli uomini e il 33% delle donne, il 42% dei ragazzi e il 32% delle ragazze. Non solo. Si resta convinti che anche le capacità cognitive siano specifiche: lo sostiene il 27% degli uomini e il 26% delle donne, il 33% dei ragazzi GenZ e il 25% della controparte femminile.

Per meglio dire, persiste l’idea che materie scientifiche, tecnologiche o pratiche si adattino alle caratteristiche intellettuali maschili, mentre le discipline umanistiche, e quelle legate alla cura della persona, restino peculiari della natura delle donne. Ed è proprio la popolazione femminile a sottoscriverlo. Il 62% crede infatti che esistano lavori “di genere”, convinzione espressa dal 74% degli uomini. Ancora più eloquente il dato che riguarda la consapevolezza circa le differenze salariali: solo il 38% delle donne pensa di avere uno stipendio equo, per il 56% la retribuzione è più bassa rispetto a quella dei colleghi maschi.

Una penalizzazione che si aggiunge agli ostacoli che ancora resistono nella conciliazione tra dimensione famigliare e professionale. il 33% delle intervistate ammette di aver dato priorità alla famiglia piuttosto che al lavoro. Sono i giovani della GenZ a pensarla diversamente: l’80% ritiene infatti che ci si debba occupare delle necessità familiari in maniera paritaria.

Gli stereotipi caratterizzano in modo deciso l’educazione dei figli. Il 47% dei padri, per esempio, è condizionato nelle scelte dei giocattoli per i propri figli, contro il 62% delle mamme, secondo le quali i giocattoli non hanno genere.

L’idea della parità viene a galla invece sul fronte delle attività domestiche: il 68% degli uomini è convinto che vadano insegnate ai figli a prescindere dal genere, una posizione confermata dal 100% della generazione Zeta. Le differenze però rispuntano sul fronte della libertà concessa ai figli: sebbene i genitori dichiarino di essere equi nelle decisioni, le ragazze denunciano minori concessioni rispetto ai fratelli, situazione che le porterebbe a fare delle rinunce.

Qualche esempio? Il 64% dei maschi riceve la paghetta, ha ricevuto l’opportunità di andare a studiare all’estero (64%) e può uscire senza rispettare il coprifuoco (74%). La percentuale di ragazze che riceve la paghetta scende al 53%, il 66% non ha mai affrontato la possibilità di studiare oltre i confini nazionali e solo il 57% può uscire senza limiti di orario.

Non mancano poi le differenze di genere sul fronte sport e sono soprattutto gli uomini a sottolinearle. Il 63% ritiene che il calcio sia uno sport maschile, al contrario delle donne che, nel 76% dei casi, lo indicano come un’attività adatta a tutti. Ancora più marcata la differenza di opinione sulla danza: il 64% degli uomini la etichetta come disciplina femminile, contro l’83% delle donne. E i giovani cosa ne pensano? Sebbene la scelta sportiva sia guidata dall’inclinazione individuale, l’indagine ha rivelato che il 18% della GenZ sceglie lo sport in base al proprio genere, con il 17% dei ragazzi e il 14% delle ragazze influenzato, rispettivamente, dalle scelte degli amici maschi o femmine.

Insomma, che si parli di studio, di lavoro o tempo libero, il gender gap in famiglia sembra più vivo che mai.

“Silenziosi, reiterati, gli stereotipi agiscono tra le mura di casa come modelli inconsci, vengono trasmessi di generazione in generazione e interiorizzati dai più giovani”, osserva Mara Panajia. “Una realtà preoccupante, perché la persistenza di disuguaglianze di genere continua a limitare l’espressione delle potenzialità di donne e uomini, e, di conseguenza, le loro opportunità. Una cultura che va assolutamente scardinata. Ecco perché è importante che anche le aziende facciano la loro parte in questo lavoro lungo e complesso verso il cambiamento. In Henkel sentiamo questa responsabilità sociale e da sempre ci impegniamo per favorire la completa parità di genere. Un esempio”, fa sapere la manager, “è l’estensione del congedo parentale per i padri, con il quale abbiamo superato il concetto di maternità, per lavorare su una più ampia base di genitorialità, affinché la cura dei figli non sia più solo un tema femminile ma riguardi l’intera famiglia”.

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