«Una polizia forte con armi stordenti» Troppi rischi. Ma i diritti vanno difesi
venerdì 29 marzo 2024
Caro Avvenire, non condivido la novità degli attacchi alle forze dell’ordine. Esse devono curare «il complesso dei beni giuridici fondamentali e degli interessi pubblici primari sui quali si regge l'ordinata e civile convivenza nella comunità nazionale» (Treccani), che io chiamo ordine pubblico, interesse superiore a quello individuale: devono, quando necessario, ricorrere a mezzi e azioni “forti” non accettabili se compiute da singoli. Se anche si fanno chiassate fastidiose, devono poter agire con la forza. Anzi, per me devono avere in dotazione pistole laser stordenti. Mario Grosso Gallarate (Va) Caro Grosso, le forze dell’ordine in Italia risultano sempre ai primi posti nelle classifiche che registrano la fiducia nelle istituzioni. Le persone apprezzano la loro presenza rassicurante, la loro dedizione e la loro imparzialità, laddove queste qualità non si trovano facilmente. C’entra però anche la loro cautela nell’uso della forza. Fa infatti notizia e sorprende dolorosamente che carichino con i manganelli una manifestazione di giovanissimi, come successo di recente a Pisa, o picchino e lascino morire un detenuto, come accadde a Stefano Cucchi
nel 2009. La ricerca psicologica ci dice tuttavia che non è solo la personalità degli agenti selezionati che ne influenza il comportamento. Pesano molto il contesto e gli atteggiamenti dei superiori, oltre agli ordini, ovviamente. Ecco perché, caro Grosso, mi pare pericolosa la postura “aggressiva” che lei suggerisce, e che oggi un numero crescente di nostri amministratori e concittadini dichiara apertamente di condividere. I presunti attacchi non sono dunque in odio alle forze dell’ordine in quanto tali (cui va in genere la nostra gratitudine) ma, almeno nella maggioranza, a un certo approccio repressivo il quale nasce proprio dall’idea che un interesse collettivo prevalga sulle istanze individuali e vada affermato con mezzi coercitivi. Prendiamo le vicende che stanno coinvolgendo in queste ore alcune università. Per tradizione, polizia e carabinieri non entrano negli atenei, a tutela della completa libertà di espressione e pensiero che dovrebbe essere tipica della cultura accademica. Ma che fare quando qualche gruppo trasforma la protesta in censura di ospiti “sgraditi” o tenta di forzare le scelte degli organismi decisionali? Dovremmo chiedere l’intervento di uomini armati di taser? Sarebbe una deriva non auspicabile, a mio parere. Un modo sicuro di alimentare la tensione, e anche la violenza. Tuttavia, non possiamo dimenticare che «l’ordinata e civile convivenza» è fatta di rispetto per le opinioni diverse dalle nostre e che chi si sottrae a questa regola non può mai dettare con un picchetto la propria intolleranza. Entrano qui in gioco la capacità dei responsabili dell’ordine pubblico di distinguere “chiassate” da violazioni dei diritti e la saggezza dei professionisti in divisa nell’uso minimo della forza proporzionato alle esigenze del momento. Uno Stato di polizia è ciò che sicuramente non vogliamo. Sarebbe, però, un’ingannevole utopia uno Stato senza polizia. © riproduzione riservata
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