giovedì 21 marzo 2024
Era d’estate, in Val Pusteria. La festa del paese. Io, quindicenne, con mio padre guardavo la gente che ballava. Musica, birra, una bella serata. Tanti giovani alpini, in libera uscita. D’improvviso si presenta davanti a mio padre un alpino giovanissimo, davvero un ragazzino, il cappello con la penna baldanzosa in testa. «Mi scusi, signore, posso invitare sua figlia a ballare?», chiede arrossendo fino alla radice dei capelli. Io lo guardo come fosse un marziano, penso a uno scherzo: mai nessuno mi ha invitato a ballare. Ma l’alpino dice sul serio. Allora sono io che avvampo. Mio padre - ho negli occhi il suo sorriso in quell’istante - mi esorta, «Dai, Marina, balla»... «No!», rispondo io, dura, e me ne vado, anzi quasi scappo. Mio padre mi insegue nella folla - io, arrabbiata, gli ingiungo di lasciarmi stare. Tempi pliocenici: addirittura quel ragazzo aveva chiesto il permesso a mio padre. E lui aveva sorriso, perché era stato da giovane un alpino, ed era contento che il primo a invitarmi a ballare fosse un alpino. Era contento che ormai fossi una donna, e che ballassi, per la prima volta, in una sera d’estate. Solo che io, quindicenne secca e scontrosa, non ho capito niente. Quel sorriso di mio padre, «Vai Marina… Balla…», che tenerezza, che nostalgia. E, il povero alpino maltrattato? Sarà nonno anche lui, adesso. Chissà se si ricorda di una lontana sera di festa, a San Candido. © riproduzione riservata
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