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Famiglia
La sentenza di Milano
Lo psicanalista Ricci: «Maternità surrogata,
ma comprare un figlio non rende madre»
Viviana Daloiso
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Fare di tutto per avere un figlio. Non per generarlo, non per prendersene la responsabilità in vece di qualcun altro, come avviene nel caso dell’adozione, in cui entra in gioco una maternità tutta diversa, ma pur sempre degna di questo nome. No, con le biotecnologie un figlio si crea. Il prodotto si compra e si vende. Si importa ed esporta. A piacimento.

Lo psicanalista Giancarlo Ricci, autore del libro "Il padre dov’era. Le omosessualità nella psicoanalisi" (Sugarco edizioni), usa parole forti in merito alla vicenda milanese dell’utero in affitto, «che ci interroga con forza e prima di tutto sullo statuto del figlio». Perché se padre e madre sono «semplici acquirenti, o addirittura non esistono più, come vorrebbe l’ideologia di genere che mira alla sostituzione dei termini con genitore 1 e genitore 2, allora che fine fa il figlio? Che significato ha questa parola, prima che dal punto di vista giuridico, da quello simbolico e antropologico?». Scompare. «E d’altronde – spiega Ricci – nel ragionamento di una madre che per sentirsi tale, per realizzare il suo desiderio di maternità, paga quella di un’altra donna, il valore, e il valore sacro del figlio, non ha alcuna importanza. È il diritto a un figlio che la anima, che la spinge, che la accieca. Quel diritto assurdo che mai, dall’antichità ad oggi, è esistito in alcun codice. E per cui dal punto di vista sociale e mediatico quella donna viene trasformata persino in una vittima, come se questa condizione offrisse a lei più diritti che a qualcun altro».

Il punto è che la vera vittima è quel figlio comprato, «quel figlio divorato dall’incidenza delle biotecnologie e destinato ad essere divorato anche in futuro, da una madre che si qualifica come tale solo per aver coronato l’ossessione di ottenere ciò che voleva per se stessa». Tutt’altro rispetto a come si forma e si sviluppa – lentamente e con fatica fisica – la maternità nell’interiorità di una donna.

E ancora, vittima è quella madre “rimossa”, quella donna ucraina che per qualche migliaio di euro ha offerto il proprio corpo come culla per un figlio che, non importa il conto finale, le è stato portato via: «Premetto che questa pratica mi ricorda molto quella della prostituzione – continua Ricci –: in quel caso si paga per un atto sessuale, abusando della condizione drammatica di una donna spesso fragile e costretta. Qui si paga per un figlio, abusando della stessa condizione». È poi stridente il confronto tra queste due donne, «tra la madre reale e il suo fantasma. Dal punto di vista psicoanalitico – spiega Ricci – è infatti frequente l’incubo della donna in gravidanza su un’altra donna pronta a portarle via il figlio, a rubarglielo. Nel caso dell’utero in affitto è come se la biotecnologia realizzasse quell’incubo e materializzasse nella realtà quel fantasma». Così si finisce per rubare (dietro pagamento, s’intende) il figlio di qualcun altro, «come se ottenerelo a quel modo potesse supplire la mancanza ontologica della condizione di madre». Che resta.
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